martedì 31 marzo 2015

Come un tuono


Anche se io preferisco "The Place Beyond the Pines" mille volte, e chi lo ha visto capirà perché.
3 storie, la vita di due persone che si intreccia dando vita ad un capolavoro moderno. A ritrovarsi sulla stessa strada in quel preciso momento sono stati Luke, un abile motociclista che ha da poco scoperto di avere un figlio di un anno, e Avery, un poliziotto determinato anch'egli padre da poco. 
Le loro vite, e quelle delle loro famiglie, verranno bruscamente deviate da un inseguimento nelle strade dello stato di New York.

Io non sono una persona che piange per ogni cagata di mosca (o si?), piango di sicuro se nei film viene fatto del male agli animali. Per dirvene una, non riesco a guardare Io sono leggenda senza saltare quella dannata scena del cane pastore. Il più delle volte possono morire centinaia di persone e riesco a non piangere, a parte sporadiche eccezioni, come Sette Anime. Questo film deve avere qualche potere speciale, perché questa pellicola l'ho passata a piangere come una fontana. Senza alcun ritegno. E, come se non bastasse, piango ogni volta che lo riguardo.
Spoilers sparsi da qua in avanti, siete avvisati.
Luke, il motociclica, nella prima scena si esibisce nella gabbia rotonda di un circo ambulante, in cui ci sono queste tre moto che sembrano doversi toccare da un momento all'altro. La chiave del film sta in questa grande metafora. Questa pellicola ha al suo interno poche ma chiare tematiche; Luke, un'anima libera che va dove lo porta il vento e che sembra sopravvivere anziché vivere, ti fa innamorare di sé in pochissimo tempo. Quello stesso ragazzo viene sconvolto dalla notizia del bambino di cui non sapeva niente per scelta della madre, così, anziché scappare da una situazione tutto meno che semplice, decide di prendersi cura in qualche modo di suo figlio. Scegliendo il modo peggiore per farlo. L'animo del ragazzo viene svelato nella scena del battesimo del figlio, quando, seduto al fondo della chiesa, osserva il battesimo del proprio figlio sollevato dalle braccia del compagno della madre, anziché dalle sue, padre biologico.
E' emozionante vedere come nella prima metà della narrazione viene ampiamente approfondito il personaggio di Luke e quello di Romina e la loro situazione, benché il tempo a disposizione non sia dei più generosi, e nella seconda parte quella di Avery e nell'ultima quella dei loro figli ormai adulti, raccontando di ben due generazioni senza mai correre troppo, dando a tutti i personaggi uno spazio adeguato regalando svariati colpi di scena molto apprezzati.


Trovo splendide colonna sonora e alcune inquadrature che mi rimarranno nel cuore per sempre, come ad esempio quella in cui Luke percorre con la propria moto il viale alberato, da notare anche la splendida canzone malinconica di sottofondo di quella scena (e che vi ripropongo a fine post) e che mi fa piangere ogni santa volta.
La tematica chiave della pellicola è però la paternità, affrontata da Luke ed Avery in due modi completamente diversi; da una parte un padre che da tutto se steso (letteralmente) per dimostrare a modo suo amore nei confronti del figlio e di Romina, cercando in tutti i modi di riprendersi la propria
famiglia nonostante il grande errore commesso un anno prima, dall'altra un altro padre che si sente colpevole di aver tolto per sempre la figura paterna ad un altro bambino che potrebbe essere il suo, e da quel momento quindi cresce il proprio senza amore, senza rispetto reciproco o attenzioni. Perciò la figura iniziale del "globo della morte" ritorna per tutta la trama come una grande metafora oltre che ad un grande presagio. La vita di queste persone gira in un cerchio ad alta velocità, nel quale si sono dovute scontrare portando gravi conseguenze, morte, disperazione e speranza.
In questo cerchio mortale ritroviamo due dei migliori attori dei nostri giorni, come Ryan Gosling, nato con l'indimenticabile Young Hercules che mi accompagnava nelle mie merende pomeridiane da piccola, in un'interpretazione strappalacrime di un uomo dannato dal cuore puro, e Bradley Cooper mai in forma come nell'ultimo periodo, anche lui molto intenso. Splendido anche Dane DeHaan (con al sua perenne faccia da fattone) anche lui in piena crescita.
Questo film finisce, insieme a molti altri, nella lista di quei titoli che non mi stanco mai di vedere, con tutte le sue lacrime ed i suoi (pochi) sorrisi sinceri, un mix di dramma e azione che fa bene all'anima, 2 ore e 20 spese nel modo giusto.

Valutazione:



lunedì 30 marzo 2015

Il film della domenica: L'ultimo lupo


Basato sul romanzo "Il totem del lupo" di Jiang Rong.
1969, piena rivoluzione culturale. Chen Zhen, giovane studente di Pechino, viene inviato nella Mongolia Interna per insegnare a leggere e a scrivere ad una tribù nomade di pastori.
Tra le varie bellezze che Chen Zhen trova in quella steppa incontaminata, c'è anche il lupo, totem della tribù, il quale lo affascina dal principio. Spinto dalla sua istruzione e dalla sua indole curiosa, Chen Zhen decide di allevare un cucciolo di lupo all'oscuro della tribù, ma ben presto dovrà vedersela con una drastica decisione del governo.

Vi dirò, io e il mio compagno questo week end siamo andati un po' per esclusione. Le sale non proponevano troppe novità stuzzicanti e, da vero uomo quale è la mia dolce metà, si è rifiutato di portarmi a vedere gli ultimi lavori Disney e Dreamworks. Perciò, a conti fatti, escludendo Insurgent a priori, non rimaneva che questo titolo.
Ero restia all'idea di affrontare questo tipo di trama perché io, alla visione di maltrattamenti degli animali, non resisto e piango come una fontana. Alla fine però ho ceduto, sperando che non fosse eccessivamente violento.
La caratteristica che forse ho più apprezzato del film è stato il soggetto preso in considerazione; la scelta di trattare di una popolazione nomade, contadina e per di più mongola non è una scelta scontata, non è un soggetto preso in considerazione sovente parlando di cinema. Ciò che più piace allo spettatore di questa tipologia di film è che la cultura che viene rappresentata è anni luce lontana dal nostro stile di vita odierno, una popolazione fragile, attenta agli equilibri della natura ed il suo rapporto con l'uomo. Questa pellicola la si potrebbe definire in alcuni punti come un documentario romanzato, soprattutto nella prima metà, dove vengono raccontate usanze, credo e la natura incontaminata. Questo aspetto mi è piaciuto per metà, perché se da una parte era interessante avvicinarsi al loro mondo, in contemporanea con il giovane Chen Zhen, dall'altra alcune scene, alcune riprese erano palesemente finte e forzate. 
Soffre, inoltre, la rappresentazione dei personaggi; eccessivamente abbozzata e vaga, a volte porta persino il pubblico a scambiarli tra loro. L'unico spiraglio di crescita lo si avverte nel protagonista che, col passare del tempo trova nelle terre della tribù una sorta di casa, un luogo in cui apprezzare ogni frutto della natura così perfetta quanto violenta.
All'inizio della proiezione, vediamo il protagonista fuggire dalla crudele realtà della rivoluzione culturale di Pechino ma senza soffermarsi minimamente su questo fronte. Sarebbe stato interessante approfondire la differenza dello stile di vita che avrebbe caratterizzato il viaggio di Chen Zhen, mentre invece Annaud ha preferito lanciarsi su lunghe sequenze che ritraggono magnifici paesaggi incontaminati (che mettono una voglia matta di partire per andare a visitarli) e lunghi primi piani sui lupi che all' "alto" delle collinette rocciose scrutano l'uomo. 
Come ultima precisazione, ho trovato eccessiva, per quanto veritiero possa essere, la presenza di scene fin troppo violente nei confronti di lupi (adulti e non), in alcuni casi anche palesemente a computer e fatte con i piedi. A questo proposito io valuterei con attenzione la scelta di portare dei bambini a vederlo, perché o si spaventano per la quantità di immagini violente mostrate, oppure si annoiano e, come è successo ai simpatici 5 ammiccherai nella mia sala, iniziano a correre davanti allo schermo...

Valutazione:



sabato 28 marzo 2015

Il diavolo veste Prada


Andrea è una giovane donna con il sogno di diventare scrittrice. Nel disperato tentativo di cercare lavoro viene ammessa nella famosissima rivista di moda Runway con sede a New York.
Il suo incarico sarebbe quello di fare da seconda assistente personale a Miranda Priestly, direttore della rivista e considerata una divinità nel mondo della moda per il suo genio assoluto.
Andrea quindi inizia un anno di lavoro devastante che la porta ad essere lo zerbino di Miranda e scoprire il lato triste ed oscuro di quel mondo così lontano dal suo e dai suoi ideali.

Questo titolo nel mio blog proprio non può mancare, e non so nemmeno come ho fatto a non pensarci prima. Tratto dall'omonimo romanzo di Lauren Weisberger, questo è in assoluto una delle commedie americane che amo di più, rientra con ogni probabilità nei film cult del genere. E' un film del 2006 e io lo vidi per la prima volta all'età di 13 anni e sinceramente, dovessi dire quante volte l'ho visto da allora, proprio non lo saprei.
Non è assolutamente un grande film, la regia funziona perché il film è leggero, scorrevole e piacevole, ma non passa di sicuro alla storia per la cura dei particolari, anzi. 
Eppure, come molti altri film di cui ho già parlato, più lo guardo e più mi piace, anche se potessi io stessa doppiarlo per intero, conoscendo a memoria le battute. 
E' quel semplice e giusto equilibrio di risate e riflessione che piace tanto alle donne (ma, non siate timidi, anche a qualche uomo) e che per un motivo o per l'altro ci attrae come calamite, ma non finisce qua, perché insieme a quel lato frivolo e leggero della pellicola si trova facilmente una lunga riflessione. Andy viene scaraventata nel mondo della moda, a lei del tutto estraneo e privo di senso. Poi, però, riesce in qualche modo a guardare quel mondo con occhi diversi, ad entrare in intimità con Miranda e a scorgere il lato faticoso, stressante e cattivo del mondo dei riflettori. Dietro alle vetrine di alta moda, dietro ad ogni pagina di quella rivista ci sono migliaia di persone che ogni giorno lavorano mettendoci tutta la loro passione, questo Andy lo capisce un po' in ritardo ma sempre in tempo per mandare all'aria la sua vita sentimentale. Una frase mi rimarrà sempre impressa a questo proposito e a dirla nel film è Tucci: "Fammi sapere quando la tua vita va completamente all'aria, vuol dire che è l'ora della promozione". Nel contesto magari può far sorridere, ma è la pura verità. Non bisogna andare troppo lontano per provare sulla propria pelle che dedicarsi corpo e anima alla propria carriera e allo stesso tempo ad una relazione o ad una famiglia non sempre è facile, il personaggio di Miranda è proprio la rappresentazione di questo grande conflitto interiore; questo suo brusco modo di fare, dalle maniere spicce ed il tono di voce freddo non è altro che una maschera che indossa ogni giorno per sopravvivere nel frenetico mondo del lavoro, soprattutto ricoprendo mansioni importanti.
David Frankel ha una storia registica piuttosto breve e anche piuttosto scarna, si parla di film come Io & Marley, Un anno da leoniIl matrimonio che vorrei. 
Da qua io scoprii Meryl Streep, unica ed indimenticabile in questa pellicola. Le sue occhiate, le sue battute gelide e crudeli sono passate alla storia del cinema, questo non si può negare. Scoprii anche il mio amore per la meravigliosa Anne Hathaway, quello per Stanley Tucci e Simon Baker, ed il mio odio per Emily Blunt, non perché non interpretasse il ruolo della "cattiva" di turno, ma perché proprio non ho mai sopportato i suoi sguardi ed il suo modo di recitare. 
In sintesi, un grande classico che, per quanto la gente ne possa dire, a me continuerà a piacere, pur essendo al corrente del fatto che non sia un capolavoro cinematografico. 


Valutazione:



giovedì 26 marzo 2015

Il sesto senso


Tutti sanno che quando si parla di thriller (alcuni dicono anche horror) si deve parlare per forza anche de Il sesto senso, uno dei grandi cult del genere. Tutti lo sanno da sempre, io compresa, ma testona come sono ho voluto fare finta di niente fino ad una settimana fa, quando ho avuto la bella idea di guardarlo. Giuro che, anche se controvoglia, sto cercando di aggiornarmi sui grandi classici di cui si parla tanto, un po' in tutti i generi, tempo permettendo.

Il film si apre con un flashback per poi partire con la narrazione dei fatti che ci riguardano. Nella prima scena Malcolm, psichiatra infantile, torna a casa con la moglie con la quale vive felicemente, da una serata di gala alla quale lo premiarono per il suo operato in campo medico infantile. Ad attenderli c'è un uomo mentalmente disturbato che da piccolo è stato paziente di Malcolm, il quale purtroppo non era riuscito ad aiutarlo. L'uomo spara a Malcolm e poi si toglie la vita.
Da qua la narrazione si sposta 8 mesi più avanti, quando Malcolm decide di prendere in custodia il caso di un bambino che gli ricorda molto quello del ragazzo che gli sparò 8 mesi prima. Ma questo bambino, Cole, ha qualcosa che lo terrorizza.


Sono rimasta piacevolmente colpita. 
Forse perché non me lo aspettavo più di tanto, non ci avevo proprio pensato in verità, ma questo film mi è particolarmente piaciuto.
Parlando di grandi classici del thriller, molte persone mi avevano osannato in passato Seven, che, dopo averlo visto, ho di sicuro reputato un bel film per i tempi, ben articolato, ingegnoso e con un epilogo soddisfacente, ma non lo avevo trovato abbastanza intrigante. Seven, a mio parere, manca di quel qualcosa in più durante la pellicola. Il sesto senso, invece, è stato interessante fin dal principio, durante la visione non ha mollato un attimo la tensione e poi, alla fine, quando pensi che sia tutto finito...BAM! Colpo di scena finale. Insomma, il colpo di scena ce l'ha anche Seven, però in qualche modo te lo aspetti, alla fine deve succedere qualcosa e lo sai, te lo aspetti.
Non si parla solamente di fantasmi, Cole, il bambino, non si inventa niente. Per quanto i "grandi" non gli vogliano credere lui la famosa "gente morta" la vede davvero. Quindi Malcolm si chiede; "cosa mai vorranno questi morti da Cole?", io ci sono arrivata molto banalmente perché ho visto un paio di episodi di Ghost Whisperer, vogliono che Cole faccia per loro un ultimo gesto, un'ultimo favore, spesso legato ai loro cari ancora in vita, prima di passare oltre, abbandonare la Terra e dirigersi verso la Luce. Solo che, cari fantasmi, me lo spaventate sto povero ragazzino!
Soffermandoci un attimo sui personaggi, si può capire quanto Night Shyamalan (sceneggiatore di Stuart Little, uno dei film che hanno fatto la mia infanzia, e regista di After Earth, uno dei film più brutti di sempre) abbia fatto un ottimo lavoro. Malcolm è un personaggio passionale, assennato e determinato a portare a termine il suo compito, costi quel che costi. Il compito di aiutare Cole a guarire era il suo compito della vita; aiutando lui in qualche modo avrebbe aiutato anche se stesso a guarire dal rimorso che gli ha causato il fallimento con l'altro bambino, ormai morto. Perciò non si tratta solamente di tensione, c'è anche una grande componente emotiva che spinge l'intera vicenda. Cole, invece, è un ragazzino sveglio, che dice e fa ciò che vuole e che fino a quel momento combatte da solo contro la paura, il terrore di quelle figure spaventose che vede di continuo, ovunque, e che non sa cosa vogliano da lui.
Ah, quel dolce bambino? Oggi è questo bell'ometto a lato. C'è chi lo inserisce nella categoria dei film horror. Credo sia sbagliato, perché insomma fa salire non poca ansia in certe scene, ma non si può dire che faccia paura. Thriller, drammatico, ciò che volete, ma questo è assolutamente uno dei film più belli in circolazione.

Valutazione:


mercoledì 25 marzo 2015

Fargo (serie tv) - Prima Stagione


E' arrivato il momento tanto agognato finalmente! Non vedevo l'ora di finire questa serie apposta per parlarvene e mi sono presa un po' di tempo giusto ieri per darci il colpo di grazia (rimanendo in tema).
Di questi ultimi tempi le serie tv stanno raggiungendo il livello dei film e diventa sempre più divertente scoprire cosa si inventano di nuovo.

2006, Bemidji, Minnesota.
Lester Nygaard è un assicuratore completamente sfigato che viene ripetutamente preso in giro dalla moglie poco simpatica e malmenato da un vecchio compagno di scuola, Sam Hess. Questo Sam un giorno picchia Lester per l'ennesima volta, Lester quindi va in ospedale per farsi medicare e qua incontra e conosce una persona piuttosto singolare, Lorne Malvo. 
Malvo è un assassino, ma non uno qualsiasi. E' l'assassino più violento e senza senno che si sia mai visto e che, dopo aver conosciuto Lester, ha deciso di trascinarlo in un piano criminale senza precedenti, dove il sangue scorre a fiumi ed è meglio tenere la bocca chiusa, soprattutto vivendo di un piccolo paese.
Come se le cose non bastassero, ad indagare sul fatto c'è la polizia locale, ma più precisamente l'agente Molly Solverson, che sembra prendere a cuore il loro caso.


Questa prometto che sarà una recensione Spoiler Free, dato che molte persone potrebbero non averla ancora vista.
Premetto che non ho visto l'omonimo film (dei fratelli Coen) dal quale hanno ideato la serie tv, e credo proprio che non lo guarderò per non distruggermi completamente la bella sorpresa che mi hanno fatto questi 10 episodi.
Dopo la meravigliosa True Detective, non mi sarei mai immaginata che sarebbe uscita una così bella serie tv dopo così poco tempo, non ci speravo proprio, per questo è stato ancora più emozionante vederla.
Si tratta infatti di due cose molto simili, in quanto sia True Detective che Fargo cambieranno (ahimè) attori e trama durante il passaggio tra le varie stagioni e sono entrambe serie concepite come se fossero dei veri e propri film, ma divisi in modo che la narrazione dei fatti non risulti troppo affrettata ma ben diluita. Sinceramente, se mi venisse chiesto di scegliere tra queste due serie non saprei davvero cosa rispondere; pur parlando entrambe di indagini e crimini, in qualche modo, riescono ad essere completamente diverse per lo svolgimento dei fatti, per i profili dei personaggi, per la dose con la quale vengono presentati questi stessi profili. In True Detective i primi 2/3 episodi sono incentrati quasi completamente sulla presentazione dei due protagonisti, mentre in Fargo il tutto è bilanciato alla perfezione in modo tale da non rendertene nemmeno conto. Dall'altro lato, però, TD ha momenti in cui si sofferma sui pensieri di Rust e lì diventa piena filosofia.
Arrgh. Ardue scelte.
Ma qualcun'altro, a quanto pare, non ha avuto così tanti ripensamenti come me. Infatti, parlando di premi e premiazioni, il mio cuore si spezzò quando TD rimane a bocca asciutta ai Golden Globes 2015. Ma devo anche ammettere che non avevo ancora visto Fargo.


Vogliamo parlare dei contenuti di questa serie?
Bemidji sembra stata creata apposta per girare questi 10 episodi. Una distesa di candida neve in ogni direzione tu possa guardare, un paesino di persone perse nelle loro vite, dove non accade mai niente e tutto è mosso dal moto continuo della quotidianità. A quanto pare tutto è tranquillo tranne la vita di Lester, che viene messa sotto sopra in meno di 24 ore.
Non poteva mancare un cast stellare; Martin Freeman ha lasciato la sua adorata Inghilterra per interpretare un ruolo dai mille volti e di una complessità incredibile. Non posso farci niente, lo adoro qualsiasi cosa faccia quindi una parte di me tifava per lui (lo so è orribile), ma il suo personaggio, così platealmente goffo e impacciato farebbe intenerire chiunque.
Dall'altra parte Billy Bob Thornton nell'interpretazione più azzeccata e coinvolgente che abbia mai visto parlando di serie tv (ma direi tra le 10 interpretazioni più belle del 2014). Sembra che non faccia nessuna fatica quest'uomo a sembrare il più terrificante assassino psicopatico del mondo, sembra che gli venga naturale, e la cosa più curiosa è che ha centrato in pieno. Il suo personaggio ha il grande dono della furbizia; riesce a venire fuori dalle situazioni più intricate con pochi gesti, ancora meno parole e con una calma inquietante. Il genio del male del XXI Secolo.
Un mix perfetto e spiazzante di genio e pazzia che, in men che non si dica, ti racconta la vicenda di un intero anno della misera vita di queste persone, e poi è già tutto finito. Implori solamente che passino altri 6 mesi (se va bene) per poter vedere la stagione successiva.

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martedì 24 marzo 2015

Dark Skies - Oscure presenze


Non posso proprio dire di averlo scelto. Nel senso che sarà capitato a tutti alcune sere di essere a casa e, non sapendo cosa fare, tra un canale e l'altro, alla fine il dito si ferma su un canale e, senza nemmeno rendertene conto, finisci per vedere l'intero film.
Solo che ogni volta speri che lo zapping ti conduca a qualcosa di buono, anziché al solito schifo.

La solita casa poco rassicurante, il solito ragazzino che ha qualcosa che non va, ma soprattutto i soliti, stupidi, imbecilli genitori che prima di accorgersi che qualcosa non va è già troppo tardi.
Non credo ci sia bisogno di dire più di tanto.


"Oscure presenze". Se le inventano tutte pur di inglobare nel titolo qualcosa di "terrificante", e la maggior parte delle volte che ci provano il film non fa paura. 
Oggi i film che fanno paura, parlo del mio caso, sono quelli che non si capisce bene bene cosa stia succedendo, ma di sicuro non è qualcosa di buono, e che senza tanti giri di parole, facciano paura sul serio.
Questo qua, invece, fa parte di quei film la cui scaletta è la seguente:
- Famigliola felice e spensierata (non fa paura)
- Qualcosa inizia ad andare storto (non fa paura)
- Le cose diventano sempre più strane (non fa paura)
- Finalmente i genitori se ne accorgono (perché finalmente un colpo me lo sono preso anche io)
- Sono confusi, perché non sanno cosa sia/siano questi enti malefici quindi vanno dallo specialista di turno che spiega loro tutto (non fa paura, e tra l'altro i genitori continuano a non capirci una cippa)
- Muore qualcuno di cui puntualmente non ce ne frega niente (riesce a non far paura manco qui)
Mmmh.

Alla sua uscita lo hanno spacciato per "l'ultima creazione dei produttori di Sinister e Insidious" (questo si che faceva paura), eppure tutta questa paura e questa rivoluzione non l'ho vista. Scott Stewart, il regista, ha creato gli effetti speciali di un macello di film che amo e probabilmente dovrebbe continuare a fare quello nella vita. Ammetto che due, e dico due di numero, colpi me li sono presi anche io, più che altro erano inquadrature inaspettate, ma si tratta di me, con qualsiasi altra persona non avrebbe funzionato. Però da lì a chiamarla "novità" ce ne vuole.

Ricordo molto volentieri J.K. Simmons che, porello, questa volta gli è capitata la parte del super intenditore di alieni di turno con un numero di battute a dir poco ridicolo.

Valutazione:


domenica 22 marzo 2015

Lo Sciacallo - Nightcrawler


E' matematico. E' stato scientificamente provato che, almeno una volta all'anno (ma a me succede anche più spesso), esca un film al cinema, la gente dopo averlo visto grida al miracolo, e tu, incuriosito come una scimmia, per varie peripezie e sfighe non riuscirai a vederlo per dei mesi.
Rimanendo con un dubbio atroce.
Ti fai mille storie in testa, su come potrebbe essere, come non dovrebbe essere, e questo finisce sempre per rovinarti l'effetto sorpresa del film. 
Lo Sciacallo, insieme a Big Eyes, sono riusciti a fare questa fine nel giro di due mesi, e ad essere i grandi sfigati del 2015.

Lou è un ladro che per sopravvivere ruba oggetti rivendendoli a terzi. Stanco di condurre questo tipo di vita, decide di trovarsi un lavoro, ma un po' per il suo sguardo da psicopatico un po' perché, appunto, è un ladro, nessuno lo assume.
Una notte si ritrova casualmente sul luogo di un incidente, e fa caso ai cameramen che stavano riprendendo l'accaduto. Lou è tutt'altro che stupido. Inizia a studiare tutto ciò che c'è da sapere sul mondo dei reporter con le varie inquadrature e si lancia in questa nuova avventura con la speranza di aver trovato il proprio posto.
La cosa, però, finisce per sfuggirgli di mano.


Immaginatevi una lugubre Los Angeles di notte, Jake Gyllenhaal che scorrazza per le strade con lo sguardo spiritato, ed il gioco è fatto.
Era da un po' di tempo che Jake non combinava qualcosa di buono, ma in realtà nemmeno troppo ripensandoci, solo qualche anno fa ha fatto il bellissimo Source Code, successivamente il magnifico Prisoners, e dopo ancora Enemy (che però non ho avuto l'onore di vedere perché ovviamente in Italia non è uscito). Quindi no, dire che era da un po' che non si faceva vedere non è del tutto giusto, e posso anche dire che ogni volta che esce con qualcosa di nuovo, non tarda a stupire.
Non posso nascondere che per Jake io abbia un debole fin dai tempi di Donnie Darko. Per quanto quel film possa non essere un capolavoro a conti fatti, per me lo è stato, ed è stato una finestra sul cinema e, come tanti altri film che non si trovano nemmeno lontanamente sulla lista dei film migliori, continuerà a piacermi e a non annoiarmi mai. Che poi è quella la cosa più importante.
Jake è un po' cosí, lui non annoia mai ed è sempre strabiliante.
In questo caso, in alcune scene, mi ha ricordato davvero tanto il Jake di Donnie. Il suo personaggio non è solo quello di un ragazzo alla ricerca di un lavoro, non è nemmeno solo quello di un ladro che si mantiene rubando, ma è invece quello di uno psicopatico con la mania del controllo e ossessionato dal voler sempre ottenere ciò che vuole, ad ogni costo. Come ogni psicopatico che si rispetti, Lou è anche tremendamente intelligente, tanto da essere sempre super informato su tutto ciò che deve sapere. E, per ultima cosa, ha una faccia tosta incredibile, ma questo non si impara da nessuna parte.
Adesso, non prendetemi per pazza, ma ho trovato una somiglianza terribile con il protagonista di un videogioco (un fantasmino) al quale giocavo quando ero piccola (lo trovate in foto).
Si, adesso potete capire molte cose.
Fantasmino a parte, e cercando di tornare seri, questo film è riuscito a stupirmi malgrado le tante voci che si sono sentite in giro in questi mesi e devo proprio dire che Jake è stato la chiave di tutto.
Dan Gilory, il regista di questo brillante titolo, ha fatto il suo esordio proprio con questo film nel ruolo di regista, inoltre ad averlo anche sceneggiato. Non capita tutti i giorni di dirigere per la prima volta un film e avere questo successo in una volta sola.
Come ogni thriller che si rispetti, questo film ha svariati colpi di scena, dall'altro lato ho trovato però che alcuni momenti transitori fossero troppo ripetitivi e ho avuto il sentore che volessero far perdere un po' di tempo.
Ricapitolando; un film che alla prima visione fa moltissimo effetto, ma che non riguarderei mai una seconda volta. Non avendo (quasi) niente di particolare, non spinge il pubblico a vederlo una seconda volta, cosa che io invece faccio spesso. Gli manca qualcosa, quel tocco di originalità che fa la differenza. La performance da brivido di Jake è forse il vero fiore all'occhiello del regista. Ma senza di lui, cosa ne sarebbe venuto fuori?

Valutazione:


giovedì 19 marzo 2015

Boomstick Awards 2015


Oh! Questa è la prima nerd-catena di cui sono venuta a conoscenza nei pochi mesi in cui ho il blog. 
Si, perché come tutti saprete, ho il blog solamente dal 9 novembre 2014, quindi per me è praticamente tutto nuovo, e mi sono ritrovata con questo premio grazie all'amico Jean Jacques di Recensioni Ribelli senza nemmeno aspettarmelo!
Questo piccolo gesto mi ha resa felicissima! Credo molto in quello che faccio, e questa nuova avventura la sto coltivando per me e per tutti gli amici di fb che mi seguono silenziosamente.

Brevemente, ecco qua le regole, scritte da Hell di Book and Negative, assolutamente da seguire in caso di vincita e quindi di altre 7 meritate nominations:

Per conferirlo, è assolutamente necessario seguire queste semplici e inviolabili regole:
1 – i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore
2 – i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione
3 – i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto
4 – è vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come io le ho concepite.


Piccola premessa; proprio perché faccio parte di questo vasto mondo da poco tempo, ed il tempo non mi permette di fare grandi cose, non sono in grado di seguire al meglio moltissimi blog, come potete ben capire. Perciò non vi arrabbiate se le giustificazioni delle nomine saranno un po' fiacchette. Thx.

La mia non è una sviolinata o cose del genere. Nomino Jean non perché abbia ricevuto il premio proprio da lui, ma per il semplice fatto che più di qualsiasi altro è stato il blog che fin da subito mi ha conquistata e che ho la fortuna e il piacere di seguire più con calma.
Oltre ad avere gusti molto simili ai miei, trovo la scrittura di Jean sempre molto azzeccata e piacevole.

Molto spesso abbiamo lo stesso parere sui film commentati e leggere i suoi post è sempre un piacere.

Con lui nessun post è scritto a caso e nessuna parola è scritta senza un significato. 
Le sue recensioni sono sempre colme di dettagli e di curiosità che alla maggior parte sfuggono.

Lo stimo immensamente per il "super immaginone" (lo chiamo così perché non ho ancora ben capito quale sia il suo vero nome) de Lo Sciacallo! xD
E a parte questo i suoi post scorrono fluidi come leggere un libro. Prima qualità ricercata in una recensione, a mio parere.

Nel suo blog non esclude nulla, c'è una così vasta scelta di generi e titoli, vecchi e nuovi, che spesso si perde l'orientamento.

Anche se spesso abbiamo pareri un po' contrastanti, non posso non notare il talento e l'essere sempre aggiornati di questa donna.
Inoltre, ella scrive come un drago!

Siamo coscritti, io e Vincenzo. Ha più esperienza di me di qualche mese, perciò siamo due novellini, ma non ho tardato a riconoscere un gusto molto particolare in lui e un talento che ho tutto il dovere si sponsorizzare!

Non vi azzardate a chiedermi come mai i link siano venuti di colori diversi!
Piuttosto, se sapete il motivo, sarei davvero grata se me lo diceste >.<

Ricordo che:
- il premio può essere assegnato dai vincitori ad altrettanti blogger meritevoli, contribuendo a creare, come tutti gli anni, una delle più gigantesche catene di Sant'Antonio che la storia della rete ricordi.
- premio e banner cono di mia creazione, quindi gradirei essere citato negli articoli.
- il Boomstick è un premio cazzuto. Se l'avete vinto non siete delle mezze cartucce, ma...se non rispettare le quattro semplici regole che lo caratterizzano, allora mezze cartucce diverrete. E vi beccherete d'ufficio, in quanto tali, il celeberrimo Bitch Please Awards.


A voi.

Fantastic Mr. Fox - Per la serie "Le 50 sfumature di Anderson"



"Noi siamo diversi, lo siamo tutti, e lui in particolare,
ma in questo c'è qualcosa di fantastico, 
non ti pare?"

Più guardo i suoi lavori e più mi fa impazzire. Questa fantastica (per restare in tema) animazione è stata realizzata con la mia amata tecnica dello stop-motion, che, in coppia con l'assoluto genio di Wes, ha creato qualcosa di irresistibile. Le due cose si equilibrano perfettamente e non è un'animazione come le altre, diversa ancora dallo stop-motion di Burton.
Ultimamente quando devo prendere in mano un nuovo titolo, scegliendo quelli di Anderson per questa rubrica vado sempre sul sicuro. 

Mr. Fox è una volpe di classe che vive in una tana per le volpi con sua moglie e suo figlio. Dopo due anni volpe e mezzo, Fox decide di trasferirsi con la famiglia in un grande albero su una collina, stufo di dove vivere sotto terra, e tutto sembrava andare al meglio finche non notò tre grandi fattorie di tre grandi fattori molto vicino alla sua nuova casa: Boggins, Bunce e Bean. Questo avvenimento risvegliò in lui un brutto vizio che cercava di reprimere da anni, trascinando se stesso, famiglia e amici in un enorme guaio.


Pur essendo un'animazione, e pure l'unica nel suo percorso fino ad oggi, Anderson non ha rinunciato al suo classico stile; tutta la pellicola è infatti tappezzata dei suoi classici scenari mozzafiato, dagli abbinamenti di colori accecanti e dalle inquadrature spesso inquietanti.
Per il doppiaggio originale abbiamo grandi voci, che non potevano certo mancare in un suo film, come quella di George Clooney, Meryl Streep, Bill Murray, Willem Dafoe, Owen Wilson, Adrien Brody e lo stesso Wes.
La sua è inaspettatamente un'animazione ponderata, educata ed equilibrata, piena di sentimento. Ogni personaggio riesce ad avere il suo giusto spazio e non si corre il rischio di trovarlo eccessivamente lento o frettoloso. 
Gli animali selvatici di questa storia sono, come in tanti altri cartoni che tutti conosciamo, collocati in
un mondo costruito su misura per loro; ognuno con la sua vita, la sua casa, il suo lavoro, i suoi vestiti, ma in qualche modo Anderson riesce a farlo percepire in maniera diversa al pubblico, almeno a me ha fatto un effetto differente dai soliti animali civilizzati della Disney o della DreamWorks.
Guardandolo ho avuto come la sensazione che fosse un'animazione più per adulti che per bambini. Tocca delle tematiche, degli argomenti, vengono fatte alcune battute o fatti riferimenti che i bambini non potrebbero mai capire. E' come se avesse voluto rappresentare un'immensa metafora della vita dell'uomo ma ricreandola con pupazzi di animali in miniatura.
Tra le due tematiche principali che vengono toccate c'è quella della lotta adolescenziale e la ricerca di se stesso che intraprende il figlio di Mr. Fox, e ancora più importante c'è il tentativo invano di repressione da parte di Fox stesso nel nascondere la propria natura. Fox finisce per tornare se stesso, con tutti i rischi che la cosa porta con sé, ma finalmente sentendosi libero.
Infine, ho trovato stupenda l'immagine (apparentemente senza senso) in cui i protagonisti sulla loro strada incontrano un lupo, magro e possente, precursore di un lungo e gelido inverno ormai alle porte, che li scruta dall'alto di una collina. Ma questo è stato anche l'incontro tra Fox e l'animale che più teme e che gli ricorderà sempre che per quanto potrà lottare ci sarà sempre qualcuno più forte di lui.

Valutazione:





martedì 17 marzo 2015

Il film della domenica: Foxcatcher - Una storia americana


E siamo giunti anche quest'anno alla fine della visione dei film degli Oscar (domenica 15 marzo -.-).
Sono contenta, tuttavia, di aver aspettato di vedere questo film in sala, ha proprio fatto la differenza.

Mark Schultz è determinato a diventare il miglior combattente di lotta libera ed elevare il nome dell'America in questa pratica sportiva. Un giorno riceve la telefonata del Signor John du Pont, erede della famiglia più ricca e potente d'America, il quale propone a Mark di far parte della sua squadra di lottatori e allenarsi in vista delle Olimpiadi. Non passa troppo tempo che le cose prendono una strana piega ed i rapporti, anche con l'amato fratello di Mark, Dave, si incrinano.


L'unico thriller degli Oscar (a parte Gone Girl che nessuno si è filato), l'ennesima biografia, ma perlomeno è un thriller! Si parla di un thriller un po' atipico, in realtà. Due ore e un quarto ben trascorse e, per apprezzarlo al meglio, bisogna prestare attenzione ai profili ben marcati dei personaggi, ai loro sottili comportamenti. E' piuttosto silenzioso per essere un thriller, non vi aspettate azione o combattimenti per aria con mitragliatrici spianate perché rimarreste delusi. In questo film, il classico climax ascendente appartenente a questo genere cinematografico lo si percepisce, più che dalla colonna sonora molto soft, dai dialoghi. 
Fino a metà pellicola ci viene presentata una storia di passione, di grinta, ma ci fa anche capire che qualcosa non va, e lo percepiamo come una sorta di intuizione, non è ben esplicito nella trama, ed il punto cruciale della pellicola è, come si può immaginare, alla fine. Ma non dirò di più in proposito.
Incredibile è stata l'interpretazione dei tre personaggi principali; Steve Carell, pur continuando a detestarlo, è stato unico, in pochissimi casi ho visto interpretazioni così precise e coinvolgenti in questi ultimi Oscar. Il suo è un personaggio che, all'interno della pellicola, attraversa uno sviluppo incredibile e Steve è riuscito a trasmettere quei cambiamenti e quei pensieri con sguardi e gesti al pubblico. John du Pont, inizialmente, viene presentato volutamente come un uomo dalle immense doti, traboccante di patriottismo, in realtà in seguito verrà fuori che fondamentalmente è un uomo molto malato, ossessionato dalla continua ricerca di approvazione da parte dell'anziana madre che, come un avvoltoio, scruta il figlio dall'alto, aspettando un suo fallimento. Ebbene, John, capendo di non riuscire a trovare conforto dalla madre, si trova uno scopo, il quale è sentirsi parte di qualcosa. Spesso durante la narrazione si percepisce la sua frustrazione ed il terrore del fallimento, sembra addirittura che della lotta in fondo non gli importi molto, ma basta solo far parte di qualcosa, credere in qualcosa e avere uno scopo.
Dall'altra parte abbiamo invece un Channing Tatum in un brodo di giuggiole. Inizialmente ho cercato di capire se avessi sbagliato sala e fossi andata erroneamente a vedere la proiezione di un documentario sui gorilla, ma poi sono riuscita a riconoscere Channing e ho capito che probabilmente era la sala giusta. Si, perché questa è un'interpretazione un po' goffa e animalesca di Channing come anche di Mark Ruffalo, che dopo Hulk penso si trovi a suo agio nel fare la bestia. Credo proprio che la lotta a questo punto ti faccia diventare un mezzo animale o, più probabilmente, hanno esagerato nel calcare questo aspetto. Comunque sia, Channing, sempre bello come il sole, ha trovato pane per i suoi denti perché questa sembra la parte scritta su misura per lui, la parte del duro duro che vuole spaccare il mondo. Non posso dire che non renda l'idea. 
Che dire, penso proprio che sia qualcosa di nuovo, nella sua semplicità. E poi, gira e rigira, i film sullo sport e sulla musica magicamente funzionano sempre. 

Valutazione:

Il vero Mark Schultz assieme al cast

lunedì 16 marzo 2015

Di tutto un po' #4 Insurgent


E' giunto il momento di cianciare di nuovo un po' e, questa volta, di vedere più da vicino il secondo capitolo del fenomeno che sta facendo impazzire i ragazzini di tutto il mondo.
Insurgent, il capitolo seguente della trilogia Divergent, uscirà a breve, il 19 di questo mese, e questo mio post parte alla scoperta di alcune curiosità inerenti al film ma, in particolare modo, alla protagonista, Shailene Woodley.

Insurgent segue Tris e la sua ricerca di alleati e risposte tra le rovine di una futuristica Chicago. Tris e Quattro sono in fuga, inseguiti da Jeanine, la leader degli Eruditi, una fazione elitaria assetata di potere. In corsa contro il tempo, dovranno scoprire il motivo per cui la famiglia di Tris ha sacrificato la propria vita e perché i vertici degli Eruditi fanno di tutto per ostacolarli. Condizionata dalle scelte compiute, ma decisa a proteggere chi ama, Tris con Quattro al suo fianco, affronta sfide impossibili fino a scoprire la verità sul passato e le conseguenze che avrò sul futuro del loro mondo.
Ormai sta diventando un fenomeno mondiale, esattamente come, negli anni addietro, lo sono state saghe come The Hunger Games e precedentemente Twilight. Ovviamente la fascia d'età alla quale la storia dei i protagonisti puntano è quella dei così detti "teen", ovvero la fascia d'età che, all'interno del nome stesso, contiene la parola "adolescenza", non è mica un caso. Ma, con mio sommo stupore, il primo film e la trilogia di libri a cui si ispira sono riusciti a coinvolgere anche persone di età più elevata. 
La protagonista di questa storia d'azione, è, appunto, Shailene, la quale iniziò nel 1999 a recitare nella serie TV Replacing Dad per poi concludere con la famosa serie La vita segreta di una teenager americana nel 2013. Ma già nel 2007 iniziò a lavorare nel mondo nel cinema con il film Moola, il successivo Paradiso Amaro, fino ad arrivare al celebre Colpa delle stelle. Shailene sta diventando un modello per le ragazzine di oggi. Magari per la sua grinta ed il suo aspetto combattivo e scaltro che sfoggia in Divergent, oppure c'è di più? Mi ha incuriosita, lo devo ammettere, un articolo che lessi tempo fa sul suo conto nella quale intervista Shailene spiegò una sua particolare caratteristica; la ragazza di appena 23 anni di origini statunitensi ha infatti raccontato che prova un profondo amore ed interesse per la protezione del nostro pianeta, e che lei, nel suo piccolo, ogni giorno compie più gesti per salvaguardarlo.

"Tutto ciò che serve è raccogliere quel pezzo di spazzatura, o chiudere il rubinetto dell'acqua quando ti lavi i denti, o acquistare carta riciclata, oppure andare nei negozi di seconda mano. E' molto facile incorporare scelte sostenibili nella nostra vita quotidiana.
          Ho capito che la preoccupazione è il prodotto di un futuro che non possiamo garantire, ed il senso di colpa è il prodotto di passato che non possiamo cambiare"

Inoltre Shailene non compra né dentifricio né shampoo ma se li crea da sé, insieme ad una sua cara amica, utilizzando elementi naturali e non nocivi, aiutando così il proprio corpo e la natura.
Sono parole e gesti che sembrano grandi per una ragazza che non dimostra 23 anni e che, con la potenza delle sue parole sta dimostrando al mondo di essere molto più matura e coscienziosa di molte altre persone. L'abbiamo sentita esprimersi su quanto sia importante la libertà sessuale, pensiero che in America non è per niente condiviso ed è per questo motivo che si sente più vicina all'ideologia Europea. 
Ha fatto parlare molto di sé per il servizio fotografico rilasciato con la rivista Glamour nella quale intervista ha proprio parlato del suo rapporto con il sesso, di come si senta a suo agio con la propria sessualità e del fatto che se mai in futuro dovesse interpretare scene di sesso lo farà di sicuro senza vestiti, senza la minima preoccupazione, perché, dice, "non so voi, ma io non faccio l'amore con i vestiti addosso".

Infine, un po' di foto che la ritraggono in alcuni dei suoi più particolare outfit ed il trailer di Insurgent:









domenica 15 marzo 2015

Big Eyes


Io lo devo ammettere, non sarei sincera in caso contrario. Fin da quand'ero piccola ho adorato Tim Burton. Tim o lo ami o lo odi, non ci sono vie di mezzo. Non è uno stile che piace a tutti e francamente posso anche capirle queste persone. Io, per esempio, reputo fermamente che Nightmare Before Christmas sia un capolavoro, mio padre, invece, quando lo ha accidentalmente visto durante le vacanze di Natale passate, mi ha chiesto se stessi bene nel reputarlo un capolavoro.
E' un insieme di cose a farmi pensare tutto questo; i suoi sono film che mi hanno accompagnata durante la mia infanzia, questo ha lasciato un enorme segno nel mio passato. Mi ricordo di una febbre in particolare che ebbi, quando ero un po' più piccola, che mi costrinse a letto per una settimana e, in quell'occasione, guardai La sposa cadavere ogni giorno, fino a sognarmelo la notte.
Ciò che mi attrae di più, in questo caso della sua animazione, era la pazienza e l'amore che dedicava alle sue creature. La tecnica del Stop-Motion, come anche la Cly-Motion, sono tecniche che richiedono una dose abnorme di pazienza e genio, doti che Tim possiede in quantità industriale, dovendo creare un intero film fotogramma dopo fotogramma.
Poi, alla fine dello scorso anno, è venuto fuori con quest'ultimo titolo, molto discusso, che sono riuscita a farmi scappare al cinema (c'era davvero troppa roba nelle sale a gennaio). Così sono riuscita a recuperarlo solo di recente.

Anni '50-'60.
Margaret, pittrice divorziata con una figlia, si trasferisce a San Francisco in cerca di un lavoro che non riesce a trovare e, tra i vari motivi, c'era anche il fatto che fosse una donna. 
Un giorno conosce Walter Keane, pittore esattamente come lei, se ne invaghisce e dopo poco tempo lo sposa. Ma Walter non è la persona che da a vedere; gli enormi occhi che Margaret ama dipingere spopolano tra il pubblico che inizia ad amarli e, in seguito, Margaret e Walter architettano una truffa che costringerà Margaret a tenere per sé un enorme segreto per anni.


L'ennesima, stancante, biografia del gennaio 2015.
La seconda biografia diretta da Tim Burton.
Non appena uscì, la gente iniziò subito a criticarlo, molta della quale a malapena conosceva l'esistenza del regista. Quelle critiche, invece, fondate delle persone che conosco e che se ne intendono del campo, le ho capite solamente adesso. "Che fine ha fatto Tim?" Fu la grande domanda che tutti quanti si sono posti, e io ero curiosissima di partire alla sua ricerca in questa pellicola.
Bè, è stato difficile, non lo nego, ma l'ho trovato! 
Ho ritrovato il Maestro prima di tutto nei grandi occhi che Margaret dipinge, nella sua ossessione per essi che la porta quasi alla pazzia. L'ho ritrovato, in secondo luogo, in due o tre inquadrature in particolare che mi hanno riportata al suo lato macabro e malato (che potete vedere nelle foto a lato).
Si è nascosto per bene, e questo non mi è piaciuto affatto, anche perché Burton è da sempre stato un regista che nei suoi film non d'animazione si è fatto riconoscere, quindi non capisco tanto questa scelta così anonima di stile. Le biografie non solo il suo forte, questo è chiaro. Come anche ho detestato Dark Shadows, pur non essendo una biografia. A Burton, le storie già esistenti, stanno strette, la sua natura è creare di sana pianta cose nuove.
Big Eyes è quasi come un tentativo di piacere a quella fetta di pubblico che non ama tanto vedere sangue o figure vagamente macabre, una sorta di commercializzazione, una caduta di stile da parte sua. Se a qualcuno fosse piaciuto, sappia che non è un amante di Tim Burton e che questo NON è Tim Burton. Fondamentalmente perché questo non è un bel film, eccessivamente lungo, spesso e volentieri noioso.
Ciò che si può maggiormente apprezzare di questo film sono le interpretazioni di Amy Adams e di Christoph Waltz, quest'ultimo in particolare con il suo sorriso davvero poco rassicurante è riuscito a convincermi di nuovo. Amy Adams sta diventando quasi una certezza, dove la metti lei calza a pennello e delle ultime interpretazioni non ce n'è una mediocre.
A mio avviso, questo è stato uno scivolone bello e buono, dal quale si dovrà di sicuro riscattare, magari con questo prossimo Dumbo? Chissà.


Valutazione:


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