martedì 31 gennaio 2017

La La Land


Sono cresciuta con un'educazione cinematografica pressoché nulla (a parte Disney, ovviamente), si può dire che iniziai ad interessarmi all'argomento durante l'adolescenza con il cinema di Tim Burton, ma uno dei pochi titoli che mia madre negli anni mi fece vedere fu Grease. La mia competenza in campo di musical finisce qui, non ho mai sentito il bisogno di approfondire il genere e qui finiscono anche i musical visti nella mia vita, se si escludono Into the WoodsSweeney Todd e Jersey Boys (1014), se di musical si può parlare. Ma ciò non vuol dire che odi il genere, anzi, le loro colonne sonore, nella maggior parte dei casi potentissime, hanno il nefasto potere di annebbiarmi il cervello e di rimanermi in testa per settimane, oltre al fatto che adoro la spensieratezza dei loro messaggi, delle coreografie e dei colori. E' un genere ineguagliabile, simile solo a se stesso, e per questo motivo unico.

Los Angeles, giorni nostri. Mia, aspirante attrice, e Sebastian, musicista jazz, si trasferiscono a Los Angeles per provare ad esaudire i loro desideri. Dopo alcuni incontri casuali, tra i due nasce un amore incontenibile che dovrà vedersela con il tanto desiderato arrivo del successo.


Damien Chazelle è la persona che dobbiamo ringraziare per aver riportato nelle sale un genere da anni assopito, a cui da tempo mancava quel classico brio da pelle d'oca, i colori sgargianti e le scenografie mozzafiato portando in sala amanti del genere e non. 
Fin dalla prima scena di La La Land si capisce che si fa finalmente sul serio, e che si sta entrando nel vero clima degli Award, quello competitivo, in cui i cinema si riempiono, costellati di film per tutti i gusti e le età, quel periodo in cui le star, super truccate e tirate, percorrono lunghi red carpet, e tu, senza sapere nemmeno il perché, vai in estasi, come un ragazzino al concerto del suo cantante preferito. 
In mezzo a tutti i titoli che sono in sala in questo momento, insieme ad alieni, serial killer psicopatici, drammi strappalacrime ed animali canterini, ce n'è uno che ha messo d'accordo tutto il pubblico, impresa titanica. La La Land è un sogno ad occhi aperti dal quale non vorresti mai svegliarti, con tutta la spensieratezza del genere, pur sempre trattando a volte temi seri, ma con una soavità unica. Chazelle ci racconta ancora di jazz, come per mantenere un filo rosso col suo magnifico film precedente (Whiplash), e lo fa attraverso gli occhi di chi lo ama e vuole tramandarlo, affinché non svanisca nel nulla. A fare da sfondo al jazz c'è Los Angeles e tutta la follia del mondo di Hollywood con la scalata al successo e le sue contraddizioni. 


La storia d'amore tra Mia e Sebastian è un cliché dei film romantici, senza colpi di scena o risvolti particolarmente eccitanti, ma che diventa magica se accompagnata da una colonna sonora stupenda, anche se i brani principali, grazie ai vari riarrangiamenti, possono risultare un po' ripetitivi, ma soprattutto da due interpreti azzeccatissimi. Emma Stone, la stella del film, sfoggia la sua interpretazione più luminosa, raggiungendo livelli di espressività gestuale impressionanti, Ryan Gosling, dal canto suo, fa di tutto per esserne all'altezza, senza sfigurare ma rimarcando quel suo limite attoriale che tutti conosciamo e che io continuo ad adorare ugualmente, sovrastato da un fascino innato.
Scenografia e regia buonissime che spianano la strada alla fotografia, che qui ha regalato alcune delle immagini più belle dell'anno appena iniziato. La narrazione, secondo il mio gusto personale, incespica un po' verso la conclusione e la seconda metà vede un evidente diminuzione di pathos in confronto alla prima, che invece parte col botto e mi ha portata più di una volta alla pelle d'oca.
Si parla, fondamentalmente, del sogno hollywoodiano, di audizioni a vuoto, di non demordere nonostante la vita ti regali solo continui fallimenti, perché la chiave del successo è la perseveranza oltre che l'amore per ciò che si fa quotidianamente. E' un film per sognatori, come cita anche la locandina, per quelli con la testa sempre tra le nuvole che ancora credono nella passione, ma anche un film che non vuole dimenticare il cinema classico del passato, e infatti presenta una carica emotiva e visiva sullo schermo unica, senza tralasciare doverose citazioni del genere.


Detto questo, comunque, e ripetendo che ci troviamo davanti ad un lavoro a dir poco immenso, qualcosa, probabilmente una sensazione prettamente soggettiva, non mi fa gridare al capolavoro, come mi aspettavo. Mi ha stupita arrivare a 15 minuti dalla fine del film con una sensazione di noia non indifferente, pur essendo coinvolta dalla trama. Ho provato sensazioni contrastanti che poi ho dovuto concretizzare verso la fine, con una sequenza che, nonostante pensandoci io possa trovarci un significato emotivo, ho trovato un po' superflua e poco chiara.
La voglia di rivederlo c'è tutta, ed è da tre giorni che continuo a riascoltare la colonna sonora compulsivamente, quindi sicuramente mi ha colpita, ma una parte di me è delusa, in quanto credevo mi avrebbe investita di una magia indimenticabile che mi avrebbe portata a dargli il massimo dei punti. Perciò, se così non è, è semplicemente per un fatto soggettivo. 
Lasciando stare da parte il polverone alzato sui social da questo film, che a mio parere è riuscito a tirare fuori la parte peggiore e più sboccata di amanti del cinema e non e di cui si è già parlato abbastanza, mi sento di dire che Damien Chazelle è uno dei registi più giovani e promettenti del panorama cinematografico attuale e non vedo l'ora di sapere cos'ha in serbo per il futuro.



mercoledì 25 gennaio 2017

Captain Fantastic


C'era una volta un'allegra famiglia che un giorno decise di vivere nel bosco. Perché? direte voi, per scappare dal marcio quotidiano della nostra complessa, estrema ed ignorante società. Naturalmente a noi le loro scelte potranno sembrare estreme, ma è tutta una questione di punti di vista e questa, di certo, non è una favola.
Fatto sta che quel fragile paradiso di sussistenza che si sono costruiti col tempo in mezzo ai boschi verrà temporaneamente abbandonato quando, dopo un lungo periodo di malattia, la madre, ricoverata in ospedale, si suicida. Qui Ben, Bodevan, Kielyr, Vespyr, Rellian, Zaja e Nai dovranno vedersela con la civiltà e tutto ciò dal quale il padre, Ben, voleva proteggerli.

Come si inizia un post sull'educazione? Essere genitore è un'esperienza a me non ancora familiare e al momento non saprei da che parte cominciare, ma sono stata una figlia, lo sono ancora, e questo è un buon punto di partenza. I bambini assorbono tutto ciò che fa parte del loro ambiente di crescita, si sa, sono come spugne, e imparano in base all'esempio che viene mostrato. Io sono stata una figlia molto tranquilla, da ciò che mi viene detto, molto critica fin da piccola, che ha sempre pesato il valore delle cose, e se sono così noiosa lo devo solo ai miei, che hanno saputo prendere per me le decisioni migliori. Credo comunque che il peso dell'ambiente di crescita in qualche modo in America sia più pressante che in Europa, probabilmente il "lavaggio del cervello" è più sentito fin dalla più tenera età, almeno questa è la sensazione che ho, e in base a questo la decisione di crescere i figli lontano da quella forma mentis e da quello stile di vita frenetico non la trovo del tutto sbagliata. 
Logicamente ci sono anche le vie di mezzo, e questo è pur sempre un film da prendere con le dovute premesse, ma il punto cruciale del film per me è il messaggio, ovvero quello di dover tornare ad un tipo di educazione che mette al primo posto i valori, quelli che lentamente si stanno perdendo, e non si parla solo di chiedere "per favore" o dire "grazie", ma sono regole di base a partire da quella del rispetto reciproco, di una specie di "gerarchia" familiare naturale e non dittatoriale, ad un nucleo familiare aperto, reciproco, senza tabù, in cui non ci sono vincoli di pensiero o parola, ogni concetto viene spiegato con la massima sicurezza e naturalezza e non "al momento giusto". 
Questo stile di vita non è utopico quanto il film vuol far credere, ma richiede molta volontà e impegno.


"Potere al popolo, abbasso il sistema!"
Senza cadere nell'estremo, il film nasconde una critica spietata alla società che non riesce più a pensare autonomamente ed è influenzata da tutti gli impulsi che essa stessa lancia.
Ma forse ciò che più mi è piaciuto è che, pur conoscendo come vanno le cose oggi, tornando ad uno stile di vita se vogliamo più "arretrato", ma possiamo dire anche semplice, rimane la speranza in un domani migliore, magari non immediato e per tutto il mondo, ma questo è di sicuro un buon punto di partenza per portare del buono nel mondo, per iniziare ad arginare tutto il male che stagna. Ognuno quotidianamente fa quel che può nel suo piccolo, e credo che questo sia il miglior consiglio per vivere al meglio ogni giorno, dando l'esempio.
Di contenuti, quindi, il film ne ha da vendere e la cosa più interessante è che porta a ragionamenti complessi e genuini, alla pura riflessione, ma diversa da quella isterica per esempio dei telegiornali.
Tutto ciò risulta ancora più piacevole se si combina ad una scenografia semplice ma d'impatto, con una ciurma di ragazzini a cui non ci si può non affezionare e a Viggo Mortensen, che per me l'Oscar lo meriterebbe.


Quando parlo di cinema fatto col cuore parlo di film come questo, che sanno parlare del mondo, di noi, del futuro senza dimenticare le radici, dei valori ritrovati, perché senza di loro non siamo niente.
Vi lascio a questa splendida versione di "Sweet Child o' Mine", che trovate nel film e che ne coglie tutto lo spirito.



martedì 24 gennaio 2017

Arrival


All'età di 15 anni, ormai ben 7 anni e mezzo fa, sono andata per la prima volta in Inghilterra, ad Edimburgo, a studiare durante l'estate. A parte il mare ghiacciato a luglio e le bancarelle di dolci per il centro che mi stregarono, ricordo anche che a lezione finii in una delle classi più alte, composta da 3 italiani, uno spagnolo e una cosa come 15 tra cinesi e giapponesi. Io che, da quando ne conosco l'esistenza, sono sempre stata affascinata dalla cultura orientale, non ero assolutamente interessata a conversare con i miei compaesani, quanto piuttosto entrare in confidenza con quella cultura tanto distante dalla mia. Grazie al cielo i minuti di conversazione libera non mancavano, lui si chiamava Rob (quello era il suo nome occidentale, quello che anche noi comuni mortali avremmo potuto pronunciare), veniva da Pechino e ai tempi aveva 13 anni (e, pensate, già parlava inglese meglio di me) e sognava di poter andare all'univesità in America.
In quel momento, mentre parlavo con lui, ho capito di voler studiare le lingue, quali, in quel momento, non aveva importanza, ma sono rimasta rapita dalla potenza che ha la comunicazione, oggi del tutto sottovalutata, e che in quel momento mi ha dato la possibilità di parlare con una persona che veniva dall'altra parte del mondo, conoscere dettagli della vita di uno studente cinese che prima nemmeno immaginavo, i suoi sogni, le sue preferenze. È una cosa tanto semplice ed enorme in una volta sola, che probabilmente solo chi ha deciso di studiare le lingue può capire fino in fondo.
Quel ragazzo lo sento ancora oggi, adesso ha 20 anni ed è finalmente in America a studiare.


In un giorno come tanti, in dodici punti diversi del mondo, arrivano sulla terra dodici enormi monoliti, appartenenti, si immagina, agli alieni. Sono lì immobili ed una volta al giorno aprono un varco che permette agli uomini di entrare in contatto con loro. Naturalmente però per le principali potenze mondiali interagire con gli alieni non è così semplice, e per questo il governo americano si rivolge al più stimato fisico ed alla più stimata linguista, i quali avranno il compito di capire come comunicare con i visitatori e quale sia il loro obiettivo sulla Terra.


Ero un po' scettica all'idea che uno dei film dell'anno sarebbe stato un film d'autore sugli alieni, un filone della fantscienza che ho sempre preferito in chiave comica, alla Men in Black, perché diversamente non si poteva comunque prendere sul serio. Più il tempo passava, più venivo a conoscenza dei dettagli del film, e più mi convincevo che poteva fare al caso mio, è riuscito a proporre un tema particolarmente vicino a me, più di quanto mi sarei mai immaginata.
Non solo Arrival propone un nuovo tipo di alieno, meno avventato e più responsabile, istruito ed evoluto, ma tratta il tema della fantascienza con un'umanità indescrivibile, sicuramente nuova per il genere e, azzardo, allargandone i confini.
Parlando appunto della trama, personalmente non ho notato nulla di già visto o particolarmente prevedibile, come invece ho spesso letto in giro. Per la prima volta, pur parlando di fantascienza, ho vissuto quel tipo di realtà come verosimile, e più umana che mai, forse proprio perché tocca in maniera approfondita uno dei principali tratti contraddistintivi dell'uomo: la comunicazione.


La sensazione che invece ho avuto subito dopo la fine del film è stata la certezza che Blade Runner 2049 sarà magnifico. Denis Villeneuve, con alle spalle titoli come Sicario e Prisoners, da l'idea di essere uno dei registi più promettenti e con un'enorme potenzialità di crescita. Dico questo perché Arrival è diretto tanto bene da essere magnetico, almeno per la prima metà, toglie il respiro e lo avvolge in un senso di insicurezza che va a colmarsi in una fotografia minimal, gelida, che per la fantascienza è qualcosa di nuovo. Una volta che inizia vorresti non finisse mai e invece vola via senza nemmeno rendersene conto. Come se non bastasse Amy Adams qui sarebbe stata pronta per un Oscar, se solo fosse stata nominata.

lunedì 23 gennaio 2017

Sherlock - Quarta stagione


Siamo arrivati alla resa dei conti, al capitolo finale, alla fine di un'amicizia, perché quello con Sherlock era davvero un rapporto simile ad un'amicizia, a quello che c'è tra due persone che non si vedono spesso, magari vivono lontane, ma che quando si vedono e parlano è come se non si fossero mai lasciate. Non è mai stata una serie impeccabile, "la perfezione non esiste" e Sherlock era l'esempio perfetto di come nelle cose il cuore è sempre l'ingrediente vincente. Fonti non del tutto sicure dicono inoltre che che si possa sperare in una serie di episodi futuri, senza alcun tipo di programmazione definita, che andranno ad incastrarsi tra gli impegni lavorativi dei due attori protagonisti, ma io sono più il tipo che non si illude, in modo tale da avere una sorpresa nel caso le voci fossero fondate.


Questi tre episodi avevano una responsabilità non indifferente. La terza stagione risale al lontano 2014 ed è quindi stata un'attesa lunghissima per i fan della serie, interrotta solo da un contentino di Natale 2016 che ha solamente aizzato il fuoco della curiosità. Con tutta questa attesa è naturale che l'aspettativa cresca, dopotutto non è mai stata una serie di basso livello, e per questa (si vocifera) ultima stagione ci si aspettava uno sforzo in più. Qui è arrivata una mezza delusione; sarò sincera, il primo episodio è quello tra i tre mi è piaciuto di meno, vuoi per mancanza di originalità o perché, essendo proprio il primo, speravo in qualcosa di diverso e meno convenzionale, il secondo è di sicuro quello riuscito meglio e che ha saputo ricreare l'atmosfera a cui eravamo abituati, anche aiutato dalla splendida interpretazione di Toby Jones, e per finire il terzo, che, a parer mio, ha voluto strafare forse un po' troppo.


Possibile presenza di spoiler da qui in avanti!

Probabilmente perché si sono trovati a dover dare una sorta di fine a questa storia e quindi presi un po' dal panico hanno giocato sull'enorme seguito che avrebbe avuto in qualunque modo sarebbe andata la stagione, trascurandone un po' i dettagli. Primo tra tutti, un dettaglio decisamente rilevante, è stata la figura pressoché inutile di Moriarty, la cui apparizione è stata decisamente superflua e anche un po' stupida, passatemi il termine, il che mi ha fatto pensare che non si volessero lasciare cose in sospeso, mentre invece credo che sarebbe stato un buonissimo spunto per qualche futuro episodio, se mai ce ne saranno, ma la sua figura in questo modo è stata sprecata. E' stato proprio il terzo episodio a farmi torcere il naso più degli altri, con questa sua atmosfera un po' horror ed un finale decisamente affrettato e poco di classe.
Inoltre trovo che in questa stagione abbiano forzato l'immagine di ogni personaggio a parte forse quella di Sherlock; ognuno di loro ha dovuto cambiare personalità ed assumerne una molto più forte, quasi quasi come se l'intelligenza di Sherlock avesse contagiato tutte le persone che lo circondano, mostrando sempre di meno le loro fragilità ma che alla fine si rivelano tutti feriti nell'animo da qualche trauma del loro passato, e quindi completamente umani. Perlomeno, nelle scorse stagioni, la differenza che contraddistingueva ogni personaggio era ben marcata e qui, soprattutto per un obiettivo comico, si perde quasi del tutto.

Rimane una serie di alto livello, questo è certo, ma non nascondo che un po' di rammarico ci sia e che, dopo questa stagione, io non abbia tutta questa foga di vedere prossimi eventuali episodi, e nonostante tutto li vedrò comunque, se non altro per un amore nei confronti di Benedict e Martin.

martedì 17 gennaio 2017

Silence


Apro così quello che spero sia un periodo di recupero, di preparazione alla notte degli Oscar, le cui nominations saranno svelate il prossimo 26 gennaio, con quello che sarà un mese di caccia spietata ai titoli che mi sono persa in questi ultimi due o tre mesi. Silence, tra i titoli che andrò a recuperare e quelli che invece usciranno nei nostri cinema, è un perfetto esempio del livello qualitativo e di impegno che mi aspetto per la conclusione del 2016 (e che, naturalmente, noi vedremo in ritardo rispetto al resto del mondo). 

1600. Due padri gesuiti portoghesi, padre Rodrigues e padre Garrupe, partono per il Giappone con la missione di ritrovare l'uomo che li iniziò al cristianesimo, padre Ferreira, consci del fatto che in Giappone si stava consumando un'orribile persecuzione di coloro che venivano scoperti convertiti alla religione cristiana. 


Sono davvero pochissime le parole giuste per riuscire a descrivere propriamente sia il film, che la sensazione che ho provato guardandolo. Premetto che, come ho detto anche in passato, la mia religiosità è quanto meno scarsa, per questo motivo sono sempre un po' scettica quando si tratta di film riguardanti capitoli biblici o a loro in qualche modo legati, non sono mai riuscita a sentirli, per ovvi motivi, vicini a me, dandomi così molto poco. Silence non è solo un film che rappresenta in modo scrupoloso un frammento di storia di cui si parla molto poco, ma ispeziona dettagliatamente soprattutto il lato psicologico dei personaggi ed il grande dilemma della fede.
Dal punto di vista visivo è potentissimo; Scorsese ci ha messo anni per scriverne la sceneggiatura dopo aver letto il libro dal quale è tratto, ma ricrearne per filo e per segno il paesaggio antropologico e paesaggistico del Giappone del 1600 non dev'essere stato tanto più facile. Il risultato della fotografia è mozzafiato, un po' meno lo sono quei pochissimi effetti speciali che sono stati utilizzati e che, non nascondo, non passano inosservati. 


Ma Silence è un film che insieme a molta fisicità ha anche molta anima, che diventa la protagonista e finisce per coinvolgere totalmente lo spettatore in un alone mistico. Qui Andrew Garfield, che ha portato forse la più bella delle sue interpretazioni e forse ha finalmente definito se stesso come attore, è il fulcro della narrazione ed il suo personaggio, oltre al viaggio in Giappone, deve soprattutto affrontare quello religioso, e nel suo caso cristiano. Il suo percorso spirituale tra sofferenza, scoperte struggenti e dubbi sarà il più complesso della sua esistenza, Senza mai avere la sicurezza di giungere al suo obiettivo. Scorsese si sarà anche preso il suo tempo, ma ne è valsa la pena. Qualche pecca non tarda ad arrivare durante la visione, e prima tra tutte la sensazione che ad ogni modo 2 ore e 40 minuti si fanno sentire, ma nonostante questo riesce a coinvolgere dalla prima all'ultima scena, lasciando allo spettatore l'amaro in bocca, anche conoscendo questo capitolo della storia, ma portando alla mente molte domande su noi stessi, su ciò che siamo con una lucidità disarmante propria della spiritualità e con la quale non ho molta familiarità. 

giovedì 12 gennaio 2017

Argo


Qui anziché andare avanti, si va indietro, quel poco tempo di cui dispongo questo mese lo dedico più che altro a stare al passo con le serie tv, o qualche piccolo e doveroso recupero che negli anni mi sono lasciata alle spalle, nascondendolo sotto al tappeto. Poi, se tutto va bene, la domenica vado al cinema, ma saranno già tre settimane che salto quel caro e sistematico appuntamento.
Ma, nonostante tutto, ci sono proprio quei periodi in cui, un po' per mancanza di tempo, un po' perché hai altri pensieri, ti va solo di guardare cose poco impegnative, possibilmente brevi, spesso e volentieri stupide. Le notizie al telegiornale non aiutano, a me mettono moltissima ansia e non nego che mi sforzo di sentirle una volta al giorno solo per rimanere aggiornata sui fatti principali nel mondo, ma, se potessi, eviterei del tutto.
Sono una di quelle persone che, nei momenti difficili o particolarmente stressanti, preferisce chiudersi nel suo guscio, nella sua quotidianità e nel suo piccolo universo fatto di film e libri rilassanti.
Diciamo che Argo, in tutto questo, è stato un fuori programma. Il mio ragazzo sa quanto io non sopporti Benny, perciò ha insistito negli anni finché una sera di circa una settimana fa ha colto l'occasione in cui lo davano in televisione per farmelo vedere una volta per tutte. Io ho provato a scappare, naturalmente, ma la situazione era tragica; non avevo Sky a cui appellarmi, NON AVEVO LINEA (!!) né un qualsiasi apparecchio elettronico disponibile, per non dire anche che Andrea aveva chiuso la porta di casa senza dirmi dove aveva messo le chiavi, perciò ero letteralmente in trappola.

Il 4 novembre del 1979, durante la rivoluzione islamica di Teheran, alcuni attivisti fanno irruzione nell'ambasciata americana prendendo in ostaggio 52 persone, solo 6 persone riescono a scappare, rifugiandosi a casa dell'ambasciatore canadese. Era questione di tempo prima che i militanti si rendessero conto della mancanza di sei persone, che avrebbero di conseguenza iniziato a cercare, perciò gli Stati Uniti incaricarono l'agente della CIA Tony Mendez, esperto di operazioni sotto copertura, per portarli a casa.


Come dicevo prima, Argo non era nei miei piani, soprattutto perché la storia che stiamo scrivendo oggi è un argomento molto delicato e, per me, terrificante, senza precedenti. Lo scenario di questo film non si rifà precisamente a ciò che stiamo vivendo oggi, è ovvio, ma il clima di tensione che si respira è esattamente lo stesso, che poi si è evoluto in ciò che noi oggi tutti conosciamo molto da vicino. Perciò devo dire che un po' l'ho sofferto, e credo che se lo avessi visto nel 2012, quando uscì, lo avrei visto con occhi diversi, non so in che modo, ma sicuramente in modo diverso.
Rimane un mistero per me il perché Affleck si ostini a voler recitare. Mi pare lampante che la sua presenza non solo non esalti un personaggio di una certa importanza morale come lo è qui il personaggio di Tony, ma oltretutto toglie anche un perché in più che questo film avrebbe potuto perfettamente avere con un altro interprete. Non è sempre vero che chi scrive e dirige un film poi sappia anche come vada interpretato, o almeno non sempre ne é in grado, e Ben Affleck è uno di quelli che dovrebbero stare dietro la macchina da presa.


Dico questo con molto dispiacere perché per tutto il resto Argo è un film decisamente singolare e allo stesso tempo familiare, ma in senso positivo. Di base crea le aspettative di un thriller, ma andando a compensare benissimo anche tutti i dettagli storici, morali ed estetici del periodo storico. In realtà di per sé non è impeccabile, perché personalmente non è un film che segna, ma qualitativamente parlando non gli manca nulla. Tenendo in considerazione che racconta di una storia vera, sfido a trovare altri film biografici comparabili a questo, si contano sulle dita di una mano.
Ciò però che mi preme specificare è che in quella che è stata la mia esperienza non l'ho trovato un film indimenticabile, è questo il problema di Ben come regista; essendo più o meno alle prime armi, si concentra molto sulla forma, raggiungendo livelli impressionanti per essere questo il suo terzo lavoro, ma si dimentica sempre (o non ne è capace, questo non sono io a doverlo dire) di conferire ai film una certa personalità, rimanendo così sempre un po' anonimo, un po' come lui.
Spero di essere stata chiara nello spiegare che comunque rimane un film decisamente ben realizzato, in tutti i minimi dettagli, ma forse un po' troppo, diventando asettico, è per questo che non riesco molto a giustificare l'appellativo di "capolavoro" che in molti gli hanno donato.

domenica 8 gennaio 2017

Oceania


Vaiana è capo villaggio del suo popolo nell'Oceano Pacifico con una grande aspirazione, quella di imparare a navigare e scoprire nuove terre, vocazione che lei sembra avere ma che le viene negata dal padre. Ben presto, però, Vaiana verrà a conoscenza della vera natura del suo popolo, dalla quale era stata tenuta all'oscuro, prendendo così la decisione di intraprendere un lungo viaggio per salvare il suo popolo.

La Disney fa un passo in avanti e due indietro, ed è inevitabile cogliere un vago sentore di mancanza di idee, di riciclaggio. Dopo una bomba come Zootropolis, torna a proporci qualcosa di meno evoluto, un tipo di animazione decisamente superata, (giustamente) infantile ma un po' troppo. 
Nulla da obiettare sull'animazione che qui aveva molto più spazio per sbizzarrirsi sui colori e sugli scenari mozzafiato, tutto qui è curato nei minimi dettagli, tanto da poter quasi sentire il profumo dell'oceano o delle conchiglie. 
L'unico vero enorme problema dal film sta nella trama e, soprattutto, com'è stata gestita. A parte qualche momento emozionante ma decisamente prevedibile, la trama sembra essere del tutto slegata, non ho percepito un vero e proprio viaggio com'era loro intenzione, ma piuttosto un susseguirsi di scene piuttosto asettiche, con una comicità fin troppo infantile che diverte, ma fino ad un certo punto.


Non esiste mistero, colpi di scena, o grandi ostacoli, tanto meno l'ostacolo finale, che si è rivelato più inutile di quelli precedenti. Se gli si vuole dare un'interpretazione a tutti i costi, lo si piò vedere come un viaggio spirituale. Parlando di dei e semidei, possiamo provare ad immergerci in una cultura esotica, selvaggia, dai forti valori tradizionali ed un percorso di crescita e scoperta di sé, ma tutto questo viene un po' forzato se lo si riporta sul piano che ci hanno presentato, fin troppo infantile per poter giungere immediatamente ad una conclusione simile.
Di certo la moltitudine di canzonette poco orecchiabili che si susseguono per tutta la durata del film non ha aiutato. Se c'è una cosa di suo fratello Frozen che ho odiato più di altre è stata la componente canora che pare abbia infastidito solamente me, diventando invece fenomeno globale seppur per un periodo di tempo limitato, qui la storia si ripresenta, ma in vesti ancora più antipatiche, diventando quasi insopportabili.


Riponevo molta fiducia in questo titolo, magari proprio perché speravo che il film della nuova Principessa potesse essere memorabile, mentre nel complesso per me non lo è stato, e lo dico con molto rammarico. Moana, o Vaiana, a seconda di come la vogliamo chiamare, rispecchia tutti i cliché di una principessa Disney nata oggi; intraprendente, indipendente, sincera, altruista, e naturalmente funziona, come funziona anche lo splendido rapporto che ha con la famiglia e la tribù, anche se non riesco a non associarli alla famiglia del Mulino Bianco.
Insomma, molta perfezione impacchettata in una moltitudine di errori grossolani e superficiali che danno non poco fastidio, almeno per quanto mi riguarda. Questa non è la direzione che bisogna prendere, almeno non se si vuole puntare anche ad un pubblico superiore ai 10 anni, ma di questo passo non riesco ad intravedere un distacco al più presto da una comodissima e collaudata zona di confort.

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