To the Bone



C'è un non so che di Netflix che ti porta a saltare da un genere all'altro senza molta preparazione a precedere le visioni e senza una vera logica nella scelta. Quindi, dopo una serie comica ed una drammatica, ho deciso di intercalare con il primo film che, a drammaticità, non scherza affatto. Ecco qui quindi, si potrebbe dire, l'ennesimo film sulla malattia, in cui Lily Collins interpreta una ragazza di vent'anni affetta da una grave forma di anoressia.


Ironia della sorte, dopo le riprese del film, venne fuori che la stessa Lily Collins ha sofferto di disturbi alimentari nell'età dell'adolescenza, uno sfogo che lei stessa ha rilasciato in seguito alla sua interpretazione, così intima e sentita da averle fatto ripercorrere alcuni periodi cupi della sua vita. Un periodo, l'adolescenza, che i media stanno riportando al centro dell'attenzione, o forse di cui non hanno mai smesso di parlare, un periodo complesso, in cui ognuno di noi cerca di trovare la propria via, giorno dopo giorno. L'attrice, che per la prima volta ho visto in un ruolo da protagonista indiscussa, ha dato una prova eccezionale, forse l'unico punto di forza del film che, senza una protagonista tanto singolare, sarebbe risultato molto anonimo.
La trama in sé, infatti, non ci regala nulla di nuovo da quello che abbiamo potuto vedere fino ad oggi, se non la forza e l'ispirazione che ognuno di noi può trovare in un personaggio come Eli e, in qualche modo, colmare una sorta di curiosità, se così si può chiamare, verso una delle malattie più complesse da curare ed il suo percorso.


Davvero molto toccante ed intimo il rapporto che Eli sviluppa con Luke, decisamente meno interessante il personaggio interpretato da Kaenu Reeves, talmente poco caratterizzato da farmi domandare il perché della scelta d'interpretare un ruolo del genere. 
To the Bone, appunto, fino all'osso, fino a rischiare la vita, è qui che ti porta questa subdola malattia che pare non esserci ma come un'ombra oscura risiede silenziosamente della testa. Sta a noi, e qui risiede il messaggio ultimo del film, riconoscerla insieme alla propria voglia di continuare a vivere. Noi siamo i padroni della nostra vita, così come della nostra morte, l'unico (enorme) ostacolo è riconoscere di poter decidere per noi stessi e per la nostra malattia. Ovviamente è molto più complesso di così, ma il film cerca anche di semplificare quella che sicuramente non è una situazione facile da vivere né tantomeno da curare.


Non è il film dell'anno come nemmeno entrerà a far parte di una ancora vuota top 10, ma rimane sicuramente una visione molto piacevole, per quanto non delle più rilassanti da affrontare. 
Lily Collins una spanna sopra tutti.


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