mercoledì 28 settembre 2016

Anteprima: Café Society


Bobby, figlio di una famiglia ebrea di New York degli anni '30, decide di andare a Los Angeles per entrare nel mondo del cinema con l'aiuto dello zio. Nella nuova città Bobby conosce Vonnie di cui si innamora perdutamente e che lo aiuta ad entrare nel clima della Café Society alla quale si abitua con non poche difficoltà.

Woody ha un po' questo potere magico di riuscire a farti entrare fin dalla prima scena in un'atmosfera unica, luccicante, leggera ed ironica nella quale ci sentiamo cullati. Atmosfera che riesce a sembrare leggera anche in momenti piuttosto movimentati o tesi, aiutato moltissimo da una continua colonna sonora.
Quando poi il suo genio si incontra con quello di attori come Jesse Eisenberg, non ce n'è più per nessuno. La scena diventa completamente sua e dei suoi adorabili tic (che, posso confermare, sono suoi e non del personaggio). E' un attore dalle mille risorse che deve ancora trovare il ruolo della sua vita, ma senza dubbio una volta trovato il mondo finalmente si accorgerà di lui. Ha un potenziale inimmaginabile dietro quello sguardo insicuro e allo stesso tempo instabile e misterioso.


Ma tornando al film, la trama non è nulla di nuovo, anzi potremmo dire anche più banale di molti altri suoi lavori del passato, tanto che ritengo decisamente più interessante la componente comica e autoironica insieme alle relazioni tra gli attori più che la narrazione. L'utilizzo del narratore esterno ormai ricorrente non infastidisce ma nemmeno porta novità ed il ritmo sempre incalzante fa trascorrere la visione con molta leggerezza. La colonna sonora di cui parlavo prima, molto monotona e ripetitiva, l'ultima mezz'ora si fa decisamente pesante in quanto ricorda esattamente la Slapstick comedy televisiva del primo dopoguerra, frenetica e senza momenti salienti.
Ero anche molto curiosa di Kristen Stewart, che di recente ha lavorato con Eisenberg in American Ultra, per scoprire se nel tempo le lezioni di recitazione fossero servite ad ampliare la sua gamma di espressioni, ed effettivamente devo ammettere di esserne rimasta colpita, di certo non la nominerei agli Oscar ma perlomeno è riuscita a creare un personaggio credibile.
Nulla da dire in merito alla cura dei dettagli; la ricostruzione degli anni '30 è come sempre minuziosa e ricercata, è una gioia per gli occhi questo tripudio di colori e luci spettacolari.


Il solito Woody, alla fine, che come sempre punta sui giovani analizzando questa volta la bella vita della Hollywood agli inizi della sua storia, tra denaro, potere e sogni. Ciò che forse vuole comunicarci è che, per quanto il tempo scorra, le passioni se sono sincere non muoiono mai.

lunedì 26 settembre 2016

Viaggio nella storia del cinema: Tre colori - Film blu

Vedete che ogni tanto nello studiare qualcosa di positivo a volte c'è! 
Sto preparando un esame di storia del cinema e questo mi ha dato la possibilità di vedere una dozzina di film che qualsiasi appassionato dovrebbe vedere, quei titoli che hanno fatto davvero la storia del cinema ma che per pigrizia non si ha mai la voglia di guardare. Ad esempio, chi avrebbe mai voglia un martedì sera di accendere la televisione e di guardarsi La corazzata Potemkin? Credetemi che nemmeno io avevo voglia, d'altronde il titolo più recente della lista era Il pianista del 2002, che per altro avevo già visto, mentre il primo titolo era del 1926.
Ciò che ho capito alla fine di questo mezzo supplizio è che amo ancora di più il cinema, e che non bisognerebbe mai precludersi una visione per dei pregiudizi. Per questo motivo ho pensato di dedicare una collana di recensioni a questi famosi titoli, sperando di invogliarvi a guardarli come me per la prima volta con un po' più di contesto storico e tecnico. Dopo di che deciderete voi se sono davvero cagate pazzesche oppure no.

Julie perde in un incidente d'auto il marito Patrice, famoso ed apprezzato compositore, e la piccola figlia. Julie non è in grado di fronteggiare questa enorme perdita e, dopo un vano tentativo di suicidio, decide inconsciamente di voler dimenticare la sua vita precedente all'incidente, dissociandosi dalla realtà. Ancora una volta però, Julie non riuscirà a scappare e la vita la costringerà a fare i conti con i suoi ricordi.


Un accenno di storia: La trilogia del celebre regista polacco dei primi anni '90 è dedicata ai colori della bandiera francese ed al suo motto. Il film blu tratta quindi della libertà intesa non come libertà politica ma come libertà di vita, che Julie cerca durante lo svolgimento. Il colore blu, come anche negli altri film con i colori bianco e rosso, viene ripreso sovente attraverso l'utilizzo di oggetti o delle stesse luci colorate che non fanno che riportare Julie nel suo passato.

Kieslowski è andato subito al punto. Non abbiamo assistito alla vita di Julie prima di quel fatidico incidente, il regista ci porta automaticamente a pensare che fosse un'esistenza felice, con i problemi quotidiani che tutti noi possiamo avere, ma Julie era completa. In un attimo, per una distrazione in un momento spensierato, ha perso tutto.
La sua reazione a questo cambiamento repentino non poteva essere peggiore: Julie decide di chiudersi in se stessa e si rifiuta, in un primo momento, di affrontare il lutto. Per quanto provi a disfarsi di tutti gli oggetti che appartenevano al marito, alla figlia e alla sua precedente vita, il destino la obbliga a tornare sui suoi passi benché lei cerchi continuamente ad evitare l'aiuto di chi le vuole prestare soccorso. 
Il primo avviso da parte del regista del suo tentativo di isolamento arriva proprio poco prima della sua dimissione dall'ospedale, quando la giornalista prova ad approcciarsi a lei. Per esprimere l'ermeticità di Julie, il regista oscura brevemente l'inquadratura per esprimere una parte di Julie che, anche davanti ad un aiuto dall'esterno, decide di confinarsi in se stessa, di alzare un muro con l'esterno che separa la sua anima straziata dal dolore con i ricordi ed una più sana elaborazione del lutto. Questa tecnica di oscuramento e di montaggio è un punto cruciale del film, accompagnato da alcune note di un brano che fa da filo conduttore della vicenda e che aggiunge una nota terrificante al film. In quelle note gravi, che ricordano molto un momento cruciale di un film dell'orrore di Dario Argento, la mia sensazione è stata quella di un'autoflagellazione, come se la Julie interiore, rinunciando a condividere il suo dolore con terzi, si sacrificasse poco a poco, ed il risultato è terrificante. 


Regina indiscussa di questa misteriosa opera è Juliette Binoche che equivale alla mia prima volta di assoluto coinvolgimento con un'attrice francese.
Ciò che non bisogna aspettarsi guardando Film blu è una recitazione regolare, tanto meno enfatica, ma piuttosto molto soggiogata, silenziosa e pensierosa. Juliette, chiudendosi in se stessa, rinuncia alla vitalità (oltre che alla vita) e decide di non rimanere mai più emotivamente coinvolta da persone o fatti. Per questo motivo la sua recitazione appare quella di un personaggio in trance, sospeso tra sogno e realtà, che non ha ancora realizzato completamente la sua situazione e vuole vivere nella menzogna, ad esempio con l'assurda relazione che intraprende con il collega del marito defunto.
Julie ha bisogno di sentirsi amata, ma allo stesso tempo non vuole amare. Vuole astenersi dall'approfondire le dinamiche dell'incidente o della vita che il marito le nascondeva, ma allo stesso tempo la curiosità ed il fato la spingono a fare delle ricerche.
Nella sua recitazione così sottomessa alla vita, che la porterà poi a trovare una nuova libertà, Juliette riesce ad esprimere completamente lo strazio interiore, pur sembrando distaccata dalla vicenda.

mercoledì 21 settembre 2016

Alla ricerca di Dory


Che poi non è nemmeno del tutto giusto chiamarlo Alla ricerca di Dory dal momento in cui nessuno cerca Dory nel vero senso della parola, ma è Dory a cercare i suoi genitori quando un giorno, illuminata da un suo lontano ricordo riaffiorato dal suo classico divagare, ricorda improvvisamente di averli avuti ma di non sapere dove sono. Il titolo è più una scelta di marketing per infondere un senso continuativo al film che ha riportato in sala un sacco di fans ora adulti.

Si è parlato talmente tanto di questo sequel negli anni che la mia mente automatica mente ha creato una specie di leggenda metropolitana in merito, al punto da non ricordare più se lo stessero effettivamente facendo o se fosse stato solo un (bel?) sogno. E' stato un po' un parto ma alla fine ce l'abbiamo fatta.
Adesso bisogna capire se ne sia valsa la pena oppure no, se era davvero necessario oppure no.
Partiamo col dire che Dory è diventata se non il principale uno dei simboli più importanti di Alla ricerca di Nemo, con un sacco di citazioni, una vera e propria icona possiamo dire, e non è da escludere che proprio il pubblico non aspettasse altro che ritrovare sul grande schermo quella pescolina smemorata.


Io, detto proprio sinceramente, non ne sentivo tutta questa mancanza. Reputo senza dubbio Alla ricerca di Nemo un cult d'animazione moderna, ma non rientra tra i miei preferiti e, forse di conseguenza, non ho mai trovato Dory particolarmente interessante. Per questi motivi non vedevo in un sequel altro se non una grandissima scelta di tipo commerciale ma pessima per quanto riguarda invece una scelta qualitativa. 
Diciamocelo, non centra niente con quello precedente. E' una via di mezzo abbastanza insipida tra un film d'animazione per bambini ed il tentativo di comunicare (di nuovo) col pubblico adulto, mi è sembrato più che altro ottimo come tappabuchi in un momento di scarsa creatività, un riciclaggio inutile e fine a se stesso. L'animazione è sempre molto ben fatta, con dei colori e un gioco di luci (soprattutto negli acquari) sbalorditivo, ma la trama divaga un sacco, gira e rigira su se stessa, fa il tour dei personaggi del vecchio film, tanto per dare qualche gioia a coloro che sono andati fino in sala a vederlo ed appartengono alle generazioni precedenti e personaggi nuovi ben poco incidenti. Insomma, un minestrone riscaldato coi fiocchi che a distanza di una settimana mi sono già dimenticata. 

giovedì 15 settembre 2016

American Horror Story: Hotel


Ho un rapporto conflittuale con questa serie. Sono profondamente convinta che sia un prodotto di altissimo livello, con un budget spropositato ed un nome alle spalle che è quasi diventato un marchio a sé, ma che però non utilizza il suo potenziale al massimo delle possibilità.
Come sta capitando anche con la sesta stagione in questi giorni, alla partenza di una nuova stagione gli occhi sono tutti puntati sulla serie per la curiosità che indubbiamente riescono a fomentare nel pubblico, ma, una volta iniziata ed essere entrati nel nuovo mondo di Murphy, l'entusiasmo si spegne.
Visivamente parlando, soprattutto nel suo genere, è una serie tv che non ha eguali, se non forse per la prima stagione decisamente più contenuta, ma soffre di un enorme difetto recidivo: è composto da troppi episodi.
Essendo episodi di 45/50 minuti l'uno, per quanto la storia possa essere intrigata, 12/13 episodi sono un'esagerazione, ed è per questo motivo che io ogni volta che giungo a metà di una stagione collasso e la metto nel dimenticatoio per un paio di mesi prima di riprenderla. Gli episodi centrali sono ripetitivi, lenti, con un unico scopo decorativo che di sicuro vanno ad approfondire la storia delle migliaia di personaggi presenti, ma portano il pubblico all'esasperazione.


Questo Murphy non lo vuole capire, ed il risultato, per quanto riguarda quest'ultima stagione, è che i primi episodi risultano completamente diversi dal quinto in poi; mentre i primi sono stati incaricati di convincere il pubblico del trovarsi davanti a qualcosa di rivoluzionario, anticonformista, sfacciatamente violento e senza regole, appena ci rendiamo conto di come stiano veramente le cose nell'hotel la serie torna quella di sempre, disincantandoci da quell'alone di stupore iniziale che ti fotte e ti incita a guardare il prossimo episodio. Appena torniamo coi piedi per terra, ritroviamo i volti di sempre, il ritmo di sempre, i legami di sempre, e tutto questo o ti piace o non ti piace, senza mezzi termini.
Ciò che posso dire per quella che è stata la mia esperienza è che, a parte gli episodi centrali che ho digerito con molta difficoltà, la trama non mi ha sconvolta, anzi, l'ho trovata anche abbastanza banale e con un happy ending quasi sdolcinato e per niente in stile AHS, soprattutto se comparato con lo scoppiettante inizio.
Una cosa è certa; pare che Murphy voglia fare un po' di selezione nel pubblico. E' una serie sempre meno per gente dallo stomaco delicato, perché, per quanto possa essere finzione, tra le mura di questo hotel maledetto scorrono fiumi di sangue (che quella poveraccia della cameriera deve sempre pulire).


Attori e comparse come se piovessero, non mi basterebbe un intero post per elencare tutto il cast, ma dirò la mia sulla questione forse più discussa dai fans, ovvero la questione Gaga. 
Partendo dal presupposto che non confidavo e tutt'ora non confido nelle doti attoriali della cantante, e tanto meno sono felice dell'uscita di scena di Jessica Lange, c'è da dire che la Contessa sia un personaggio fatto e finito, singolare, altezzoso ed unico proprio grazie alla sua interpretazione. Detto questo aggiungo in tutta sincerità che sarei molto felice se tornasse a fare musica, dato che almeno in quello è davvero brava, anche se purtroppo (o per fortuna) la vedremo ancora di sicuro nella sesta.
Sul resto del cast mi limiterò a dire che vedo in tutti un'enorme crescita, delle new entry che ho adorato, ma, come sempre, l'attore che più mi ha colpita rimane Denis O'Hare, con la sua spettacolare Liz Taylor, l'unica a commuovermi davvero, anche se forse un pochino ipocrita e politically correct ma insomma, non tutto può essere perfetto. 


Proprio oggi, concludendo, è stato svelato il tema della prossima stagione, che ovviamente io non dirò per ovvi motivi di spoier, ma, nonostante il livello sempre più o meno immutato, continuerò a seguirla. Una delle cose davvero positive di questa serie e che mi spinge a continuare è qualcosa che non ho mai trovato nelle serie antologiche, ovvero quel senso di fratellanza, quasi di familiarità che si è stretto tra gli attori, le relazioni che finiscono anche per somigliarsi da una stagione all'altra e che ti stringono il cuore, vanno a formare quell'agrodolce irresistibile.

lunedì 12 settembre 2016

Man in the Dark


A tre ragazzi che tirano avanti con piccoli furti nelle abitazioni giunge la voce che nella casa isolata di un ex militare venga custodito un vero e proprio tesoro in contanti. Pare che l'uomo, il quale ha perso la vista in guerra, abbia ricevuto quei soldi come risarcimento per l'uccisione della figlia in un incidente stradale. Incuriositi dalla semplicità del colpo, i ragazzi non ci pensano due volte e una notte mettono in atto il furto capendo solo troppo tardi che il colpo non sarebbe stato semplice come credevano.

Le premesse non erano certo le migliori. Insomma, alla regia un Fede Alvarez con pochissima esperienza alle spalle, soprattutto per quanto riguarda il format americano, appena famoso per La casa del 2013, nel cast tre attori che appartengono a generi completamente diversi tra loro ma soprattutto dal film del quale stiamo parlando, che è una via di mezzo tra un thriller e un horror. Probabilmente l'unica mezza certezza sulla quale si poteva contare era Stephen Lang del quale conosco molto poco ma quel poco che conosco è stato incisivo, perché, se non fosse stato per lui, avremmo dovuto basarci sul passato di Jane Levy (nata con la serie teen Suburgatory) che perlomeno lavorò proprio in La casa, e di Dylan Minnette che, non a caso, sembra un prodotto Disney, e per certi versi lo è anche.


Insomma, sono andata al cinema un po' scettica, con l'immensa paura di assistere all'ennesima americanata. Ovviamente un po' lo è, ma ciò che posso dirvi è che sono uscita da quella sala abbastanza soddisfatta ed incredula. Non solo gli attori hanno saputo essere all'altezza della situazione, ma hanno anche creato un'atmosfera di tensione molto particolare che mi ha ricordato molto Prisoners, nel quale Minnette ha per altro lavorato, ed anche la regia ha saputo stupirmi, chiedendo un livello più alto della media dei film americani di genere. 
Forse per una questione di marketing (anzi, senza forse) questa poca fiducia che vi riponevo era dettata da un'immagine pubblicitaria inadeguata al livello effettivo del film che poteva tranquillamente sviluppare un'immagine più seria. Ma dal punto di vista commerciale mi rendo conto che Prisoners avesse un'immagine poco appetibile per il pubblico medio della domenica pomeriggio, tan'è vero che ieri la sala era piena per metà.


A tratti disturbante, il film ha la capacità di stravolgere i punti di vista di continuo, è una vera e propria giostra delle emozioni che gioca moltissimo sulle percezioni sensoriali del pubblico, compito non semplice e che denota un'immenso studio da parte del giovanissimo regista. Il coinvolgimento è totale, basta osservare il pubblico in sala al tuo fianco; durante la proiezione di un thriller o di un horror non l'ho mai visto tanto attento e immerso in un silenzio tombale. 
Ed ecco qui che arriva il MA. Non sarò chiara per evitare spoiler, ma come avranno notato in molti, nella scena finale qualcosa stona, e più ci pensi più capisci che molti nodi non vengono al pettine. Questo è un vero peccato, perché se per tutta la durata del film ho pensato che fosse ben curato nei dettagli, proprio alla fine Alvarez è andato a complicarsi la vita, confondendo le idee quando in realtà non ce n'era affatto bisogno ed escludo la scusante di un sequel, sarebbe immorale e completamente sbagliato.
Ma nonostante questo strafalcione finale, devo dire di essermi emozionata e di aver trovato un buon lavoro dietro ad una facciata esterna molto insipida. Alvarez è grezzo, ma promette davvero bene.

sabato 10 settembre 2016

Scream Queens - Prima stagione


Durante la preparazione degli esami e nel bel mezzo delle sessioni, forse per lo stress, vengo sempre presa da uno stato comatoso di noia irreversibile e di immensa pigrizia. Questo vuol dire che il titolo di un qualsiasi film non mi sembra mai abbastanza intrigante per iniziare a guardarlo e finisco per iniziare o finire qualche stramba serie tv.
Questo è stato il caso di Scream Queens, altra serie tv trionfo di Ryan Murphy, e la mia storia con lei inizia a giugno scorso quando, incuriosita dai commenti di amici e colleghi blogger, provai un po' prevenuta a vedere il primo episodio. Il risultato fu che dopo la prima scena, scandalizzata dalla stupidità di quei dialoghi senza senso, ho spento la televisione convinta di non volerla mai guardare. Inutile dire che tornai sui miei passi circa quindici giorni dopo e, sempre non molto convinta e quasi trattenendo il fiato, ho guardato i primi due episodi.
Questo per dirvi che se anche a voi ha fatto questo effetto tutto subito, dovete andare avanti. So che è complicato e vi sembra di perdere tempo, ma giuro che dopo ingrana e ne vale la pena.


Ciò che ho poi capito in seguito, quando finalmente iniziava a prendere forma e si delineavano i personaggi e l'intrigo principale, è che sotto quegli stupidi dialoghi espliciti ed i personaggi stereotipati c'è una spietata critica della società moderna (soprattutto americana) che va dai pregiudizi (vedi i miei per la serie), alla corruzione, all'avidità, alla pazzia, un calderone insomma di ciò che l'uomo ha creato, una società pericolosa dove anche chi ti sta vicino potrebbe essere il traditore.
E' naturale che agli inizi si faccia fatica, ci sono alcuni dialoghi che sono tanto stupidi da strapparti una risata, altre scene che invece ti fanno prudere le mani, ma quando ingrana assume un suo significato, non paragonabile ad altre serie che io abbia visto. Ci si fa l'abitudine a questo nonsense e lì inizia il divertimento.


Diverte, intrattiene, ogni tanto regala qualche saltino sul divano (almeno a me si) e altre volte lascia l'amaro in bocca. 
Però, c'è sempre un però. 
Murphy, anche col mio adorato AHS, ha il difetto enorme di ricamare una tela tanto fitta di intrighi da perdersi persino lui. Di sicuro in questo caso la ricerca dell'assassino e la sua identificazione in qualche modo coinvolgono il pubblico, portandolo a ricredersi più volte dei sospetti che si crea (è tutto programmato), ma dall'altro lato ha il grande difetto di tirare troppo per le lunghe una trama che, anche con lo stesso sviluppo ma con alcuni tagli, avrebbe trovato un esito uguale se non migliore. Che poi è l'unico vero difetto delle sue serie, perché per quanto riguarda scenografia, costumi e personaggi sono sempre tra le migliori e con dei cast superlativi.

Fatto sta che funziona, che ci crediate o no, e chi l'ha vista mi darà ragione. Mette incredibilmente d'accordo persone che appartengono a generi televisivi completamente diversi creando un nuovo tipo di intrattenimento, macabro (che va sempre alla grande), divertente ed ironico. 
Se riesce a prendervi, non vi molla più.
Concludendo, non ho ben capito questo finale dove voglia andare a parare e a cosa dovrebbe servire per una seconda stagione, che comunque sia io aspetto con piacere.


martedì 6 settembre 2016

Stranger Things - Prima stagione


Ci siamo. E' finalmente arrivata.
Non sto parlando del titolo di per sé, perché non ne conoscevo l'esistenza prima di vedere i social impazzire ed un rapido passaparola l'ha portato alla mia attenzione un mesetto fa quando, ovviamente, non avevo modo di vederla. Ma non appena possibile ho accantonato per un attimo la mia scrittrice preferita e qualche giorno fa l'ho iniziata. 
E' andata via come il pane, i suoi otto episodi mi hanno travolta con una forza che mi pareva di aver dimenticato, o che forse non avevo ancora mai provato. E quindi è arrivata, dicevo, la serie tv rivelazione dell'anno, almeno per quanto riguarda il mio piccolo universo.

Siamo ad Hawkins, in Indiana, nel 1983. La realtà è quella monotona e giornaliera di un gruppo di quattro ragazzini e delle loro ordinarie famiglie che però viene stravolta dalla scomparsa di Will, uno di loro. L'intero paese si mobilita quindi nella sua ricerca disperata, e appena la polizia esclude la possibilità di una semplice bravata di un ragazzino, forse misteriose iniziano ad emergere nel paese ed i tre protagonisti, imperterriti, continuano le ricerche del loro amico.


Io, come già detto anche in passato, gli anni '80 non li ho vissuti per ovvie ragioni, perciò non starò qui a farvi lo spiegone di quanta attenzione abbiano prestato per ricostruire minuziosamente l'atmosfera nostalgica di quegli anni (anche se non metto in dubbio che sia così). Molto più semplicemente però posso dire che pur non avendoli vissuti, gli anni '80 rivivono attraverso questi otto episodi (45-50 min l'uno) e già partendo dai primi secondi, e poi dalla sigla a seguire, si percepisce aria di cult. Un cult istantaneo, esplosivo, viscerale, semplice e pulito.
La sua forza sta proprio nella semplicità, una semplicità apparente che però nasconde una lavorazione molto dettagliata e studiata nei minimi dettagli proprio per permettere questa fluidità quasi unica. In nessun'altra serie tv infatti ho mai trovato un così perfetto equilibrio tra gli episodi; non ce n'è uno che si distingue dall'altro per contenuti o per ritmi diversi, tutti sono indispensabili e magnifici. 


Iniziamo dalla sigla; la grafica è ispirata a Richard Greenberg, il grafico che sta dietro i titoli di testa di Alien, La zona morta e Dirty Dancing mentre la musica riprende un bit tipicamente in stile anni '80 (e che ha me non ha caso ha ricordato le canzoni di Cliff Martinez).
Con il suo asso nella manica, ovvero quello di raccontare la storia di ragazzini presi di mira dai bulli a scuola e ossessionati da Dungeons & Dragons, è naturale che arrivare al cuore del pubblico di qualsiasi età sia quasi un gioco da ragazzi, e lo si capisce dalla velocità con la quale ciò avvenga. Non fai nemmeno in tempo a guardare la prima mezz'ora che il suo ritmo incalzante, i personaggi ben costruiti ed il suo piccolo mondo ti hanno già inghiottito. 
Penso che non mi stancherò mai di ripetere che questa serie, più di qualsiasi altra motivazione, ha il mio totale rispetto principalmente per il grande vanto di non aver fatto pesare nemmeno per un secondo il tempo trascorso a guardarla. Il suo è un equilibrio che definirei unico, ma non riuscirei comunque a spiegare a parole quella sensazione di confort che provavo all'inizio di ogni episodio, era come se pensassi "si, torno finalmente nelle loro vite", nemmeno fossi una me tredicenne che guarda i seguiti di Twilight al cinema.
E, per finire, è dovere spendere due parole sul cast. Si assiste al grande ritorno di Winona Ryder (più conosciuta per i ruoli in Beetlejuice ed Edward mani di forbice all'inizio della sua carriera), ma soprattutto sono da segnarsi i nomi di Millie Bobby Brown, Flinn Wolfhard e Gaten Matarazzo, ovvero i protagonisti indiscussi della serie e che hanno sbalordito il mondo intero con delle interpretazioni memorabili.

E' indiscutibile che io stia già aspettando la seconda stagione che è stata da poco confermata per il 2017, anche perché questa prima stagione ci ha lasciati con un sacco di domande e dubbi che il pubblico è impaziente di chiarire.
Per il momento, non trovo nemmeno mezza motivazione per non poterla ritenere una delle serie tv più belle viste fino ad ora.

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