giovedì 23 febbraio 2017

Moonlight


Suddividendo le tre grande tappe di un uomo tra infanzia, adolescenza ed età adulta, si racconta la vita di Chiron, ragazzo afroamericano di Miami che dovrà lottare per capire chi è veramente.

E' andata grossomodo così. Quando uscirono le nomination agli Oscar erano pochi i nomi che saltavano veramente all'occhio, e tra quei pochi c'era questo Moonlight, che noi comuni mortali avremmo dovuto aspettare per vedere. Non mi ricordo esattamente se fossi già a conoscenza della sua esistenza, fatto sta che in quel periodo mi sono documentata e, in parole povere, scoprii che si trattava delle vicissitudini di un ragazzo di colore, omosessuale e, per giunta, vittima di bullismo. Inevitabilmente, e immagino di non essere stata l'unica, la prima cosa che ho pensato è stata "Non ci posso credere!". Visti gli standard dell'Academy, se prima le tre protagoniste di Il Diritto di Contare avevano poche possibilità già per conto loro, immagina con una tematica del genere in concorrenza. Nella mia testa il "ponciponcipopopo" è stato inevitabile, e non nascondo che ai fini della gara ancora adesso mi sembra in qualche modo scorretto, ma, che sia chiaro, solo per una questione di contesto, perché purtroppo storie di questo genere esistono realmente, e devono avere il diritto di essere raccontate esattamente come qualsiasi altra storia, a prescindere dal colore della pelle del protagonista.
Però dai, sul serio?


Già mi immaginavo avrebbero dato alla tematica scelta il colpo di grazia, quindi scene strazianti, ai limiti della sopportazione e portate all'estremo, in contrasto con una realtà americana (tra Miami e Atlanta) non delle più tolleranti e semplici. E invece se questo film ha un lato positivo è proprio la sua delicatezza, il modo in cui tutto questo immenso dolore è stato raccontato.
Chiron fin da piccolo ha dovuto misurarsi con una realtà più grande di sé, realtà che non solo lasciava spazio ai sogni, ma li sradicava ben prima della loro nascita. Molti sono i film che parlano di omosessualità, ma in pochi parlano del momento in cui, in giovane età, una persona inizia ad avere dubbi sul proprio orientamento sessuale, età in cui a malapena si sa cosa sia l'orientamento sessuale. Posso solo immaginare un ragazzino/a di 14/15 anni come possa affrontare tutto questo, e qui Chiron, nella stessa situazione, lo attraversa senza grandi supporti, è da solo davanti ad un dubbio che gli fa mancare la terra da sotto i piedi. Questa è solo la prima parte ed è solo una delle grandi domande che silenziosamente Chiron si deve porre.
La particolarità del film, con la quale ha deciso di bilanciare la scelta della tematica già pesante di suo, è che non cerca di impietosire il pubblico, come accennavo prima, ma anzi lo sprona a pensare a come si potrebbe sentire Chiron in determinate circostanze, ad entrare nella sua mente e provare ad immedesimarsi, cercando di far crollare i tanti pregiudizi che ancora oggi affliggono questo mondo ignorante.


Ciò che urla Moonlight nel totale silenzio è che siamo tutti uguali, che questa volta è toccato a Chiron vivere determinate situazioni, ma poteva essere chiunque e chiunque in quella situazione avrebbe preferito affrontare tutto questo al fianco di qualcuno, piuttosto che da solo e nella paura più totale di se stessi e degli altri. Però lo fa silenziosamente, si fa giustizia andando contro corrente e per la prima volta mostra immagini che fanno male, ma che non fanno rumore. Non sono molte nemmeno le battute che toccano ai tre diversi interpreti, perché il suo animo è talmente dilaniato da tutto ciò che ha subito, da chiudersi in se stesso, nascondersi dietro ad un'apparenza che non lo rispecchia.
Sarò sincera, tutto questo non è immediato. Subito dopo la visione ne ho avuto una sensazione diversa, ma credo sia dovuto al fatto che non è un film che colpisce all'istante, è semplice sotto qualsiasi punto di vista ed è un'arma a doppio taglio. Non ha una fotografia esaltante, né una colonna sonora che colpisce e tanto meno interpretazioni memorabili, risulta abbastanza piatto, ma son giunta alla conclusione che questa semplicità fosse ricercata al fine di lasciare più spazio alla storia stessa ed ai sentimenti di Chiron, e non oscurarli da una regia sbarazzina o una scenografia futuristica, solo mostrando la cruda verità senza l'aggiunta di fronzoli.


Per quanto sia stata bella l'intenzione, non basta. Manca qualcosa di fondamentale, ovvero una stretta al cuore, manca quel qualcosa che ti faccia torcere lo stomaco e che invece mi aspettavo. Forse manca proprio perché Barry Jenkins, alla regia del suo primo lungometraggio, ha esagerato con la semplicità ed in alcuni momenti, soprattutto nel capitolo finale, si fa fatica ad entrare in contatto con l'animo di Chiron. Manca completamente la giustificazione all'appellativo di "capolavoro" che leggo ovunque quando si parla di Moonlight, ed inizio a pensare che quest'anno, a furia di gridare tanto al capolavoro, siamo rimasti senza. 
Credo che vincerà come Miglior Film questa domenica, ma credo che gli manchino le credenziali per farlo. Déjà vu.

Il Diritto di Contare


Virginia, anni Sessanta. Per legge, vige la separazione degli spazi pubblici tra neri e bianchi. Tre donne brillanti e di colore lavorano alla NASA e, col tempo, daranno il loro prezioso contributo al processo che portò il primo uomo sulla Luna.

Black Women's Power!
Poteva mancare un tema del genere alla serata degli Oscar? Certo che no, e ormai non sorprende più.
Niente di nuovo all'orizzonte; altra storia molto piacevole (proprio perché vera) rimasta fino ad oggi dietro le quinte. Come ogni anno, è una di quelle visioni piacevoli e facilmente dimenticabili e, come ogni anno, il tema mi fa montare un nervoso incredibile, centrando in pieno.
C'è talmente poco da dire, che mi chiedo anche cosa ci faccia candidato insieme a certi altri film, se non fosse per il tema sempreverde.


Tanto lungo da sembrare ripetitivo; a metà visione mi chiedevo cos'altro volesse ancora raccontare. La prima sequenza completamente superflua era solo un campanello d'allarme, perché infatti il film è pieno di dettagli contestuali evitabilissimi e non utili ai fini della narrazione.
L'unica nota positiva che ritrovo ogni anno in questo tipo di film è che lasciano in bocca un ricercato senso di amarezza. Mi chiedo come fosse possibile che l'uomo fosse tanto ignorante ed automaticamente fa pensare a situazioni non troppo lontane dal nostro presente, se non nel presente stesso. Sono sempre validi spunti di riflessione, e penso anche all'insegnamento, sarebbero validi strumenti d'istruzione nei licei, in cui la storia anche a me appariva lontana e impossibile, mentre invece basta un film per farti capire che si tratta della realtà, per quanto impensabile. Certe, troppe cose non ci sono sui libri di testo.
Ciò però non toglie il fatto che sia un film mediocre e prevedibile (fatti storici a parte), con molto da raccontare, forse troppo, forse perché non ha saputo farlo dosando i contenuti, fatto sta che rimane la solita americanata alla ricerca di un Oscar e nulla di più.


Hanno poi sentito il bisogno irrefrenabile di colmare gli immensi vuoti del film con una moltitudine di nomi ingiustificabile e che, naturalmente, non ha aiutato a migliorare la situazione. Oltre alle tre attrici principali (che quest'anno hanno due candidature) troviamo un Kevin Costner decisamente fiacco, una Kristen Dunst che passa quasi inosservata, e, non ultimo, Jim Parsons, che, per quanto mi stia simpatico, credo sia buono proprio solo per interpretare Sheldon.
Salvano la situazione in corner Taraji Henson e Octavia Spencer entrambe centrate ma per niente memorabili e, di sicuro, non degne di quell'Oscar. Taraji qui è anche riuscita finalmente a togliermi quella sensazione sinistra che ho sempre avuto nei suoi confronti, esternando del potenziale.
Ma tutto ciò non pesa affatto, perché fin dall'inizio ho avuto la sensazione che fosse uno di quei tanti film che ogni anno vengono candidati "per far numero" e che non rimarranno agli atti né tanto meno nei ricordi di qualcuno. Piacevole nel complesso, questo è certo, ma non va oltre.

martedì 21 febbraio 2017

Barriere (Fences)


Adattamento cinematografico dell'opera teatrale del 1983 di August Wilson, scomparso nel 2005 ma ugualmente ritenuto lo sceneggiatore del film.
"Un uomo fa sempre ciò che ritiene giusto fare". Questo è un po' il motto di Troy Maxson, un padre di famiglia che ogni giorno compie il suo dovere, al fianco della moglie Rose. Troy è un uomo che, imparando dal passato, cerca di essere migliore e di fare lo stesso con e per i suoi figli. Non è un uomo facile, come non lo è la vita, ed il cortile della loro umile casa porterà a galla tutti i rancori ed i segreti che li dilaniano da anni.

E' complicato pensare che Barriere abbia qualcosa di cinematografico, se non forse l'assecondare i movimenti degli attori e un paio di scene non ambientate nel cortile di Maxson. Per tutto il resto la regia di Denzel Washington passa completamente in secondo piano, sia perché è volutamente poco marcata, sia perché la bravura degli interpreti non lascia spazio per nient'altro.
Il dramma che si consuma in quelle mura, la miriade di emozioni contrastanti sembrano complesse da poter essere assimilate tutte in una volta, tutto accade molto velocemente anche se non sono molti gli anni che ci vengono raccontati.


Se non altro, ciò che bisogna ammettere è che per rendere così bene un mappazzone di due ore e diciotto minuti, Denzel deve aver fatto un ottimo lavoro. Il film è indiscutibilmente troppo lungo, soprattutto perché è un dialogo intero, serrato e apparentemente senza fine, stancante a dir poco, ma essenziale se si vuole raccontare una storia come questa in questo modo, sprigionando la bravura immensa di due attori che chiaramente sentivano il bisogno di dare vita a qualcosa di più puro come può essere questo film.
Prima tra tutti Viola Davis, che per me prevale vistosamente su Washington, sebbene quest'ultimo abbia molto più spessore nella trama, ma l'ho sempre trovato un po' sopravvalutato, sempre molto uguale a se stesso. Qui ha sicuramente trovato il personaggio perfetto, a cui ha dato una seconda vita in modo brillante, ma di certo non è tra le interpretazioni che ultimamente sono entrate nel mio cuore.


Sarò all'antica, ma aderisco a quella corrente di pensiero secondo cui il teatro ed il cinema sono e devono restare due cose ben distinte. Hanno due scopi diversi, due pubblici diversi, due diversi tipi di sceneggiatura e due diversi tipi di ripresa. Sono due arti diverse, ed ogni volta, a parte alcuni rari casi, in cui si cerca di metterle insieme vengono fuori degli ibridi che peccano, sempre in un modo o nell'altro, in qualcosa. Allo stesso modo Barriere sembra un film riuscito per metà, l'ennesimo tentativo che rende orgogliose le persone che ci hanno lavorato, che esalta moltissimo le capacità attoriali degli interpreti, ma per quello ci sono i veri palcoscenici, che sono lì per quello.
In questo periodo dell'anno, un film del genere diventa un ottimo trampolino di lancio per un Oscar, che la Davis si meriterebbe una volta per tutte.

lunedì 20 febbraio 2017

Manchester by the sea


Proprio quando stavo iniziando a pensare che quest'anno agli Oscar non ci sarebbe stata molta gara, spunta Manchester by the sea. Nel quel di Torino, come ogni anno, le multisala hanno deciso di non distribuire i film candidati, se non naturalmente La La Land che qualche incasso continua a farlo anche a settimane dalla sua uscita. Ma fortunatamente ci sono i cinema che vivono di film indipendenti e su cui si può sempre contare, anche all'ultimo minuto. Che poi a me piace sempre, quando si può, lasciare il multisala di fiducia per queste sale antiche nel centro; sembra di entrare in un'altra dimensione. Avendo 22 anni sento particolarmente la differenza, sono due realtà completamente diverse in cui si mischiano diverse generazioni, ma la particolarità di questi piccoli cinema che ancora resistono è il cliente. Il suo cliente tipo ha un'età che va dai 55 ai 70 anni e non puoi non riconoscerlo, perché è particolarmente informato sul film da vedere, normalmente ha il coniuge al seguito che ha indottrinato negli anni di matrimonio, ma soprattutto, essendo questi cinema senza il posto a sedere assegnato, lui arriva giustamente con particolare anticipo per aggiudicarsi i posti migliori della sala e per attuare il suo piano malvagio: posizionare il suo cappotto e quello del relativo coniuge sulla poltrona affianco alla sua, lasciando anche un posto vuoto tra la moglie (perché spesso il nostro soggetto è di sesso maschile) ed un altro spettatore, perché naturalmente la moglie ha bisogno di privacy. Così, entrando nella sala, si noteranno le classiche poltrone vacanti qui e là, tutte singole, e che all'inizio del film, per mancanza di altri posti, le coppie stronze saranno obbligate ad occupare, passando sui piedi di terzi e guardando il film da soli.
Concluso questo divertente sproloquio sui cinema indipendenti di Torino, parliamo anche un po' del film.

Lee, custode tuttofare a Boston che conduce una vita solitaria, vive la perdita del fratello dalla quale assume la tutela del figlio adolescente.


Massachusetts, neve e pochi gradi. Pub in cui si guarda dello sport, appartamenti invivibili e barche da pesca. Uno scenario gelido per una storia triste che ha moltissimo cuore e tanta voglia di raccontare una storia nella sua umanità. Infatti Manchester by the sea è prima di tutto un film molto umano, veritiero, che tratta tematiche comuni in modo non convenzionale, ma nemmeno particolarmente rivoluzionario. Detta così sembra complicato, ma non lo è, qui di complicato c'è solamente la situazione di Lee e delle persone che lo circondano in questo pezzo di vita che ci viene raccontato silenziosamente, come se fossimo lì con loro ma sempre nascosti, tanto da percepirne sia il freddo di Boston, sia le situazioni glaciali che si vengono a creare.
Di film che parlano di tragedie e persone care che vengono a mancare è pieno, ma non è altrettanto facile parlare di elaborazione del lutto tanto bene da commuovere il pubblico senza impietosirlo con banalità. Lee è un personaggio scritto magistralmente, complesso, distrutto, tanto da essere diventato apatico, ma comunque cosciente della vita che conduce. La perdita del fratello è per Lee un punto di partenza, magari un modo per ricominciare, ma senza che lui lo sappia o l'abbia mai pensato. 

In tutto questo dolore, che può facilmente andare a toccare da vicino la maggior parte degli spettatori, si nasconde sempre un sorriso, una risata agrodolce dentro ogni scena, fatta di situazioni comuni, silenzi imbarazzanti, stanze in cui aleggia un'atmosfera tanto tesa da sembrare incredibilmente delicata, come se da un momento all'altro una parola di troppo potesse far venire giù il mondo intero.
Non è bellissimo quando un film così (apparentemente) semplice può far provare così tanto? Qui dietro si nasconde molto più lavoro della maggior parte delle grandi produzioni americane, piene di costumi fighissimi e luci sgargianti. Senza nulla togliere a quel tipo di film, che comunque occupano il loro posto all'interno del mondo cinematografico, non bisogna mai sottovalutare la fatica di creare un film come questo, che sembra piccolo ma che in realtà è enorme.

Era complicato proprio perché parla di vita comune, di persone comuni e situazioni accadute alla maggior parte delle persone. Semplicemente è la vita, nuda e cruda, dove purtroppo oggi ci sei e domani non lo sai. Mi è capitato di leggere che alcune persone lo hanno trovato estremamente deprimente, e mi dispiace che lo abbiano vissuto in questo modo, perché io sono uscita dalla sala sollevata. E' indubbiamente triste, ma il messaggio non è dei più banali, spesso si tende a dimenticarsi che anche nei momenti più brutti, quando tutto sembra ormai perso, la vita può avere in serbo per te qualcosa di magnifico, o magari anche solo una seconda possibilità, che insomma mai nulla è perduto davvero per sempre, anche se in alcune situazioni crederci è la sfida più difficile.


Casey Affleck. Avevo timore che non mi sarebbe piaciuto perché in passato non l'ho mai trovato troppo espressivo, esattamente come il fratello, ma un po' meglio, questo è certo. In questo film, francamente, non riesco a capire fino a che punto è se stesso e da quale inizi a recitare, ho come la sensazione che ci sia molto di suo e che non abbia dovuto fare uno sforzo immane per calarsi nella parte di Lee. Detto questo però, non posso negare che sia stato perfetto per la parte e che ci sono due o tre scene da brividi, veramente memorabili e che perciò qualche Oscar il film se o meriterebbe. Magari, visti anche gli altri nominati, Casey potrebbe anche portarselo a casa quest'anno. Però ssshh! Io non ho detto nulla, eh?! 
Abbiamo candidato anche il giovanissimo Lucas Hedges, non male una nomination agli Oscar a soli vent'anni. Non male nemmeno la sua interpretazione, che ha reso unica una delle scene di cui parlavo prima e che mi ha lasciata senza parole.
Trovo un po' meno giustificabile la nomination a Michelle Williams, la cui interpretazione è poco più di un cameo, comunque intensa ma sarà perché a me non dice molto lei come attrice probabilmente non la premierei.


Il mio consiglio è, che voi siate particolarmente appassionati di cinema o meno, che vi stiate preparando alla notte degli Oscar o meno, di andarlo a vedere in sala e di non lasciarvelo scappare. Non è un film facilissimo, non solo perché ci sono persone che non reggono alcuni argomenti al cinema, ma perché è facile trovarlo lento se si è abituati ad un altro genere di film drammatico. Insomma, non è uno di quei film che vola via senza rendersene conto, è pesante sotto molti punti di vista, ma talmente ben fatto da non poter non adorare almeno uno dei suoi mille volti.
Per il momento, tra i film che ho visto candidati, questo va dritto dritto a parimerito con La La Land. Completamente diversi ma allo stesso modo memorabili.

venerdì 17 febbraio 2017

Brooklyn


1952. Eillis è una ragazza irlandese che riesce ad ottenere un contatto oltreoceano, un lavoro ed una sistemazione a Brooklyn. Inizialmente la nostalgia per la sua terra ha la meglio, ma Eillis non ci mette molto a trovare un proprio equilibrio, il vero dilemma arriverà alla morte prematura della sorella, rimasta in Irlanda con la madre, e la decisione da prendere se rimanere in America o tornare in Irlanda per sempre.

Il "nuovo mondo", il fascino di una vita oltreoceano nell'America piena di opportunità, una vita nuova, lontana dai paesi dalla mentalità chiusa in cui cresci col titolo sotto il quale nasci. E' questo che Eillis sognava che ci fosse per lei in America, come tutti i giovani negli anni cinquanta.
Il fenomeno migratorio di quel periodo sta proprio al centro della trama del film candidato all'Oscar lo scorso anno e completamente snobbato, sia come miglior film, per la sceneggiatura e sia per la miglior attrice protagonista per Saoirse Ronan.


E' un melodramma a tutti gli effetti che spesso mi ha ricordato Carol, ambientato nello stesso identico anno, perciò ne riprende moltissimo i colori tenui, le atmosfere calde e patinate e, cosa che mi emoziona sempre molto, l'eleganza di un tempo.
Brooklyn è un buon film; ha dalla sua parte il fatto di non essere per niente pretenzioso, non si inventa niente di nuovo e non è questa la sensazione che vuole dare al pubblico, semplicemente racconta una storia che credo colpisca solo una parte di pubblico.
La nostalgia è la chiave, tutto gira intorno ad essa, Eillis non riesce a farne a meno, ma questo è per lei motivo di crescita. Ci troviamo infatti alla crescita di un personaggio che lascia il posto in cui è nato, verso un luogo in cui non conosce niente e nessuno. Eillis, inizialmente molto introversa e timida, dovrà prendere delle scelte dettate dal cuore che la faranno diventare una donna indipendente.


Perfetta e completamente calata nella parte Saoirse Ronan, anche se, effettivamente, non fino al punto di vincere l'Oscar, ma comunque molto piacevole ed azzeccata. Altrettanto piacevoli Domhnaall Gleeson ed Emory Cohen, anche se non particolarmente memorabili per i corrispettivi ruoli. Anche se recuperato un po' in ritardo, il film si è rivelato una visione molto piacevole e negli standard dei film che ogni anno vengono nominati e poi snobbati, appunto, piacevoli ma non indispensabili.
Brooklyn non fa eccezione, anche se lo consiglio per un piantino sincero a tutti i sentimentali.

lunedì 13 febbraio 2017

La tartaruga rossa


Non dimentichiamoci dell'animazione! 
Ogni anno agli Oscar si fanno grandi scoperte se si esplorano i candidati di questa categoria. Basta pensare a titoli come Anomalisa, l'animazione per adulti che più mi sconvolse l'anno scorso, animazioni d'autore, prestigiose e non per tutti, oppure alle più immediate opere Disney contemporanee che sono passate alla storia, come ad esempio Alla ricerca di Nemo (2004), Ratatouille (2008), WALL.E (2009) ed Up (2010). In gara poi, come ogni anno, spiccano titoli firmati Studio Ghibli, per cui, come sapete, nutro un amore smoderato, e anche qui gli appassionati e non solo ricorderanno La città incantata (2003) ed altri titoli che, a mio avviso ingiustamente, non sono stati premiati, come Si alza il vento nel 2014, battuto da Frozen, ovvero uno dei più banali e commerciali Disney degli ultimi dieci anni.
Ma lo Studio Ghibli non demorde; con a capo il maestro Hayao Miyazaki che alla veneranda età di 76 anni crede ancora in un prossimo progetto, lo Studio prosegue lentamente, dando vita a piccoli gioiellini come La storia della principessa splendente. E quest'anno lascia comunque il suo zampino Isao Takahata (81 anni), cofondatore dello Studio, che ritroviamo come produttore artistico in quest'animazione franco/belga.


Un uomo, dopo essere sopravvissuto ad un naufragio, si ritrova da solo su una piccola isola deserta dove inizia una lotta per la sopravvivenza. Tenta più volte di abbandonare l'isola ma ogni volta viene boicottato da una grande creatura marina, una stupenda tartaruga rossa. E' in quel momento che l'uomo capisce di avere un destino diverso.

Parlando di stranezze, La tartaruga rossa potrebbe essere paragonata al sopra citato Anomalisa, vuoi per complessità della comunicazione, per lo stesso pubblico adulto a cui viene dedicato, per le tematiche o per un'animazione sobria ma dalle immagini fortissime. E' un film inteso di un'ora e venti completamente muto, se non fosse per pochissimi versi o risate dei protagonisti ed è incredibilmente evocativo.
Tanto per iniziare, ha un'animazione molto minimalista, un misto tra digitale e carboncino dai colori sgargianti che già da sola basterebbe per lasciare a bocca aperta, la gestualità è molto curata, di questi tempi un vero balsamo per gli occhi. Per quanto riguarda le tematiche, sinceramente all'inizio lo avevo sottovalutato, anche perché non sapevo benissimo a cosa stessi andando in contro, perciò mi ero fatta un'idea diversa, mentre invece più va avanti e più diventa divertente cercare di capire quale messaggio racchiudeva ogni singola scena, tanto che probabilmente richiederebbe una seconda visione.


Questo è uno di quei film che racchiude tutta la tenerezza ed i valori che ai giapponesi non mancano, ma in un contesto decisamente diverso da quello al quale siamo abituati con lo Studio Ghibli, un contesto molto più reale, pur lasciandoci sempre il proprio stampo surreale e magico. Non si parla di tematiche qualsiasi, ma delle più importanti; amore, morte, vita, solitudine e la crudeltà della natura, un insieme di voci che solo un'animazione poteva condensare in un'unica opera. 
Ad allietare i momenti meno spensierati della narrazione ci sono simpatici compagni di viaggio, creature che popolano l'isola, a partire dalla tartaruga rossa, naturalmente, semplice e a dir poco stupenda, ma anche insetti e simpatici granchietti che rubano sempre un sorriso.
Ci tengo a sottolineare l'incredibile equilibrio che de Wit è riuscito a creare tra un'animazione delle più serene e semplici che abbia mai visto e la portata emotiva della narrazione, nell'animazione è decisamente una delle prove più complesse che abbia visto fino ad oggi, e che è riuscita ad emozionarmi più volte durante la visione, ripeto, senza nemmeno un solo dialogo.
Non è una visione semplice, bisogna affrontarla con questa consapevolezza, ma posso garantirvi che ne uscirete arricchiti, se non altro perché l'impegno e la dedizione che stanno alle spalle sono lampanti.

venerdì 10 febbraio 2017

Hell or High Water


Candidato agli Oscar come miglior film, miglior attore non protagonista, miglior sceneggiatura originale e miglior montaggio, Hell or High Water è un western dai sapori antichi.
In Texas, Toby e Tanner sono due fratelli, uno divorziato e disoccupato e l'altro ex detenuto. Per salvare la fattoria di famiglia dalle banche sotto il cui territorio è stato trovato un giacimento di petrolio, Toby e Tanner iniziano a rapinare piccole banche, fino a quando il Ranger della zona non lo assumerà come ultimo caso prima del pensionamento, mettendosi sulle loro tracce.


Ho sempre pensato che nel periodo delle premiazioni, quel determinato periodo dell'anno che coincide anche con quello più carico di grandi uscite nelle sale, ci sia il più alto tasso di film che riescono a trasportare il pubblico in un mondo a se stante, anche solo per due ore o, se si è fortunati, anche dopo la visione. Qui siamo davanti ad uno di quei film che può vantare di avere un'atmosfera unica, trascinante e coinvolgente e che in Italia non vedremo nelle sale, ma che possiamo trovare solo su Netflix.
Hell or High Water è uno dei titoli in lizza per il premio più prestigioso, ma è da giorni che cerco di capire se effettivamente si merita tutta questa fama. E' un film carico dei valori di un tempo, l'aria arida dei western di una volta, un rapporto di amore-odio tra i due fratelli protagonisti ed una caccia al ladro singolare e silenziosa. La narrazione si divide tra il seguire le vicissitudini dei due giovani borderline, ed il Ranger che segue il caso in compagnia del suo compagno nativo americano. Una scelta a mio parere eccellente, che aiuta moltissimo lo studio dei quattro personaggi, tutti mossi da intenti e motivazioni diverse e tutti in qualche modo legati tra loro da un rapporto bivalente.
E' qui che spunta il personaggio di Jeff Bridges, non nuovo a questo genere e di sicuro la figura più azzeccata, che spesso e volentieri si lancia in spassose chiacchierate razziste con il suo compagno "pellerossa", sempre con un velo di ironia e affetto.


Tutto va liscio come l'olio, a mio parere anche troppo. Nonostante il film in sé sia molto piacevole, si rivela abbastanza scontato, non propone nulla di nuovo che vada ad alterare il flusso della narrazione.
Ciò che si propone di fare lo fa egregiamente, con una colonna sonora molto bella e, ripeto, un'atmosfera nostalgica e familiare, ma che forse a me non basta per giustificare il suo successo, rimane una visione molto piacevole ma che, una volta conclusa, lascia davvero poco, se non la precisa atmosfera del Texas e della sua singolare vita e ciò non è poco, ma forse non abbastanza.

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