Ritratto di famiglia con tempesta - Anteprima e spiegazione


Ieri sera Hirokazu Kore'eda, conosciuto principalmente per Father and Son che vinse il Premio della giuria a Cannes 2013 e con il quale il suo ultimo film ha più di qualcosa in comune, è entrato silenziosamente nella sala del Cinema Massimo di Torino che gremiva di gente in attesa, seguito poi da un boato. La mia prima impressione, vedendolo da molto vicino, è stata quella di una persona estremamente riservata, bilanciata, stanca probabilmente per il lungo viaggio che ha dovuto affrontare e quelli, anche se più brevi, che lo hanno portato alle tre tappe italiane (Milano-Roma-Torino). Ma mi è anche sembrato completamente a disagio, quasi intimorito su quella sedia davanti ad un pubblico che non raggiungeva le 150 persone. Si rannicchiava su se stesso, con le spalle ricurve, dando la sensazione di essere una persona che non potrebbe mai mettere del suo in un film, mentre invece subito dopo risponde alla mia silenziosa domanda, spiegando che le immagini che avremmo visto avrebbero ritratto i quartieri popolari di Tokyo, nei quali lo stesso regista ha vissuto per vent'anni.

Nella foto partendo da sinistra Grazia Paganelli del Museo Nazionale del CInema di Torino , il Professore e critico cinematografico torinese Dario Tomasi, il regista Hirokazu Kore'eda e l'interprete Giuseppe Gervasio

All'ultimo film del regista giapponese Hirokazu Kore'eda, nelle sale italiane dal 25 maggio grazie a Tucker Film, sono stati affibbiati tre titoli diversi, uno in lingua madre, dove si presenta come Umi yori mo mada fukaku, che approssimativamente significa "Più profondo del mare" quello inglese che vedete anche nella locandina, After the Storm, ovvero "Dopo la Tempesta", mentre per quello italiano, non si sa come mai, si è optato per qualcosa di più evocativo, artistico. Ma il titolo originale non è stato scelto a caso, Kore'eda, durante l'intervista che ha seguito la proiezione, ha spiegato che si tratta di una frase che viene cantata in una canzone popolare che si sente riprodurre da una radio durante una scena del film. La canzone parlava di un amore più profondo del mare, più azzurro del cielo, un amore quindi incondizionato, profondissimo, che la mamma del protagonista, interpretata dalla mitica Kirin Kiki, ed il protagonista stesso non hanno forse mai provato.

Ryota è un aspirante scrittore che, dopo il suo primo ed unico lavoro che riscosse molto successo, non riesce a far ingranare la carriera. Continuando però a sperarci, inizia a lavorare per un'agenzia d'investigazione che gli permette a stento di riuscire a passare del tempo con suo figlio Shingo che può vedere solo una volta al mese. Ryota, infatti, è divorziato da Kyoko, stanca della sua superficialità e dei suoi sogni irraggiungibili. Ryota quindi cerca, arrancando giorno dopo giorno, di acquistare stima da parte del figlio e di sistemare le cose con la propria ex moglie. Tutto questo con un tifone alle porte.


Questo film nasce proprio da una frase che il regista si segnò iniziando a scriverne la sceneggiatura ed il cui significato ha poi donato l'anima al film, ovvero che non è importante che crescendo si diventi ciò che si voleva diventare, ma che si viva ogni giorno cercando di diventare la persona che si desidera essere. Kore'eda ce lo ha spiegato per dirci che non sempre si raggiungono i propri obiettivi, ma che è importante vivere ogni giorno con quell'obiettivo, cercando sempre di imparare qualcosa da noi stessi e da chi ci sta intorno. Ryota cerca disperatamente delle conferme, il proprio posto nel mondo, magari affianco della donna a cui vuole ancora bene e diventando il padre che vorrebbe essere per Shingo.
Il cinema giapponese, un po' come la sua letteratura, è un cinema apparentemente esile nei contenuti, perché, come ha detto lo stesso Kore'eda ieri sera, non è che in questo film (come in molti altri dello stesso genere) accada qualcosa di determinante, ma a fare la differenza sono i piccoli momenti di transizione ed i loro significati, un po' come una zuppa, nella quale bisogna lasciare che tutti gli ingredienti si mescolino e si insaporiscano lentamente, inspirandone il profumo. Il tifone temutissimo che incombe su Tokyo viene rappresentato come portatore di cattivi presagi, ma solo perché siamo ormai abituati a focalizzarci sulle parole insistenti che vengono trasmesse alla radio, che raccomandano di rimanere al sicuro con i propri cari e che ci fanno sembrare gli eventi più grandi e minacciosi di quello che sono in realtà.


Quello di Kore'eda è un cinema semplice e pieno di sfumature, di metafore nascoste, è quasi come giocare ad una caccia al tesoro, e ciò che rende questo film particolarmente coinvolgente è l'incredibile quantità di dettagli che derivano direttamente dalla vita personale del regista. Ad esempio la madre di Ryoto è un personaggio ispirato alla stessa madre di Kore'eda e che Kirin Kiki è riuscita ad interpretare (a detta sua) benissimo, il quartiere in cui si sviluppa l'intero film, ma anche il tifone stesso, qui l'ultimo di una lunga serie, molto famosi in quel di Tokyo per il loro messaggio di purificazione, per cui, dopo la loro manifestazione, l'erba appare di un verde brillante e gli animi delle persone rinvigoriti. Il tifone, presagio di cambiamento, cambierà anche la vita di Ryota? Secondo Kore'eda non è questo il nocciolo della questione, durante la creazione del film non si è focalizzato su cosa il pubblico avrebbe pensato dopo aver visto la conclusione del film, ma si è invece soffermato molto a pensare a cosa avrebbero provato durante tutto questo intervallo di tempo in preparazione al tifone incombente, e a come questo sarebbe stato vissuto dai suoi personaggi.


Il gioco "Trova Giulietta" che però purtroppo per voi durerà pochissimo.
Almeno spero.

Io ed il Maestro al termine dell'incontro

Commenti

  1. molto interessante, amo il cinema orientale, e non mi farò certo mancare questa chicca, grazie per averne parlato :)

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