domenica 20 settembre 2015

Inside out


L'animazione, se ci pensiamo un attimo, negli ultimi 20 anni ha subito un cambiamento drastico.
Ai tempi, seppure con delle morali forti e delle gravi perdite, erano soprattutto pensati per un pubblico di piccoli, in modo tale da insegnare e al contempo divertire, e nei quali le scene allegre prevalevano su quelle tristi.
Cosa sono diventati oggi? Dei piccoli capolavori, assolutamente in grado di essere messi al livello degli altri film ma che continuano a far parte del grande cerchio dell'animazione per una semplice questione etica. Ma sono in tutto e per tutto dei film come gli altri, creati con l'accortezza di puntare ANCHE su un pubblico di più piccoli. E anzi, spesso sono qualcosa di più di molti altri film, perchè dietro una buona animazione oltre al regista ci sono centinaia di persone che si occupano della componente puramente tecnica. Dei veri e propri geni.


Riley è una bambina di 12 anni divisa tra famiglia, amicizie e nuove scoperte. Un giorno, improvvisamente, per questioni di forza maggiore, Riley è costretta a trasferirsi a San Francisco (città che deve piacere davvero molto alla Disney) insieme alla sua famiglia, dove dovrà venire a contatto con una realtà completamente diversa da quella del Minnesota e con una terribile nostalgia di casa.
Ad aiutarla in questo periodo burrascoso però c'è un simpatico team di emozioni che da dentro la sua testa controlla qualsiasi decisione.

Alla base di questo film Pixar (e ci terrei a sottolineare Pixar) c'è una caratteristica di fondo che molti spesso sottovalutano; la genialità.
Prima ancora della grafica, delle battute, dei dettagli, viene l'idea primordiale che c'è stata alla base di tutto questo enorme lavoro e che ha potuto rendere questo film rivoluzionario.
E' stata la prima volta in cui non riuscivo ad immaginarmi la possibile trama di un'animazione, e questo perchè l'idea di rappresentare le emozioni come il motore delle nostre decisioni in modo tanto realistico è un'idea che non ha precedenti, e su questo non c'è ombra di dubbio.
Il mondo si sta interrogando su una grande domanda però ultimamente; capolavoro o no?
E' da Cannes che si vocifera che questo sia effettivamente il film dell'anno, sopra qualsiasi altro titolo, anno tra l'altro al quale mancano ancora 4 mesi alla fine.


Come anticipavo prima, Inside Out è indirizzato ai bambini solo per il design dei personaggi ed i colori sgargianti, ma si divertiranno ben poco i vostri figli guardando questo film, piuttosto che guardando per esempio un recentissimo Big Hero 6. E' piuttosto diretto ai genitori e agli adulti in generale con frecciatine esplicite e frasi agghiaccianti come "effettivamente fatti e opinioni tendono sempre a confondersi", quasi volendo arrivare alla mente degli adulti attraverso il nostro subconscio.
Il superpotere protagonista di questo film è però la capacità che hanno avuto gli ideatori di rappresentare tutto ciò di astratto nei più piccoli particolari, tanto da impressionare i più attenti spesso e volentieri. Infatti la grafica questa volta non supera se stessa, rimane invece nello standard della Pixar, già comunque alle stelle. 
Si toccano tematiche tra le più importanti nella vita di un bambino sulla strada per l'adolescenza, come il distacco dal luogo di nascita, le prime delusioni in amicizia, il vedere allontanarsi piano piano il proprio essere bambino per andare in contro ad un nuovo capitolo della propria vita, ma soprattutto l'importanza di imparare a convivere con la tristezza, che è poi la chiave per diventare grandi, il tutto immagazzinando ogni singolo ricordo in un organizzatissimo archivio della memoria a lungo termine. 
E' tutto pensato nei minimi dettagli, quasi maniacali, ed è stato questo a far di Inside Out un capolavoro. Per non parlare della brillante idea che tutti i cinefili come me adoreranno sul modo in cui hanno deciso di rappresentare i sogni, insomma, usciretedalla sala con il cuore stracolmo di invidia e ammirazione nei confronti delle teste che ci stanno dietro. Parola mia.
Un capolavoro? ormai mi è già scappato, si lo è. Il migliore film dell'anno? Su questo non ne sono del tutto sicura, ma di certo si becca un posto sul mio podio della classifica annuale, oltre che quello dell'Academy, ma decisamente meno importante xD. 
Ho però un lato negativo con il quale concludere. A differenza di moltissimi altri film di Pixar, o della Disney, non ha acceso in me la voglia irrefrenabile di rivederlo. Io questo lo considero un enorme svantaggio, perché significa che non è riuscito a fare presa in modo tanto forte come in altre occasioni (ad esempio un Monsters & Co. che so a memoria). Questo è il motivo per cui non sarà un voto pieno, gli manca qualcosa, riesce pur essendo un ottimo e commovente film, leggermente freddo.

Dedico poi una parentesi al magnifico (mmmhh...strano) corto che precede il film, dal titolo "Lava". Non il più bello che la Pixar abbia mai fatto ma comunque molto coinvolgente ed armonioso con la magnifica voce di Malika Ayane che vi rapirà. 


mercoledì 16 settembre 2015

This must be the place


Cheyenne è un musicista gothic rock in declino, ormai ritiratosi dalla scena da 20 anni ed arricchitosi abbastanza per poter non fare niente dalla mattina alla sera, in un'enorme casa insieme alla sua amata moglie. In questa quotidianità lenta e silenziosamente problematica, Cheyenne perde se stesso, ed è sul punto di mollare quando riceve una telefonata; suo padre, con il quale non parlava da 30 anni, stava per morire di vecchiaia.

Iniziamo con l'ammettere le proprie colpe, che male non fa. Non avevo mai visto un film di Sorrentino prima d'ora, bè, non che ne abbia fatti migliaia, però questo era il mio primo. Perciò in realtà non sarei nemmeno la persona più adatta per scriverci un commento, ma da qualche parte bisognerà pur iniziare. Ne ho sentite di tutti i colori su questo film; gente che lo disprezzava per le scelte di Sorrentino, altri che lo acclamavano, per quelle stesse scelte e per mille altri motivi. Finalmente potrò dire la mai.
Non me ne vergogno ancora oggi. Nel mio "periodo di transizione" non mi sentivo appartenente a quel gruppetto di ragazzetti fighi della scuola, perciò ci provavo a truccarmi di nero, ad ascoltare rock (e pure altro), ad indossare lo smalto nero o vestiti strani e...neri. Peccato che avessi due genitori che non me lo hanno permesso molto a lungo. Ma non è che lo facessi solo perchè non volevo essere come gli altri, piuttosto perchè sentivo di pensare come quelle altre persone che vedevo su internet e conciate in quel modo. E mi piacevano, le trovavo affascinanti. La cosa buffa è che ancora oggi, avendo abbandonato quasi tutte quelle abitudini, quelle persone mi affascinano, continuo ad avere qualcosa dentro di me che mi fa sentire come loro, e penso sia a livello psicologico, piuttosto che legato al modo di vestirsi.


Cheyenne è uno dei miei personaggi ideali. Sorrentino di sicuro mi ha studiata prima di girare questo film, ma senza dubbi proprio. Adoro tutto di questo personaggio, dall'approccio che ha con le persone, alla sua risata, fino al modo in cui si soffia sul ciuffo per spostarlo dagli occhi. Su questo fronte, di sicuro, ha fatto centro, e devo più di tutti ringraziare Sean Penn.
La trama del film non è di certo una novità; un uomo alla fine della sua carriera che per ritrovare se stesso parte per un viaggio, mollando tutto e tutti. Io però ci ho visto molto di più, ho visto non solo il profilo di un personaggio crescere attraverso un viaggio come tanti, ma puttosto un enorme esercizio di stile. 
Sono sicura che il principale obiettivo di Sorrentino non fosse quello di proporre un film rivoluzionario per i suoi contenuti, quanto invece un film che nella sua varietà di situazioni mettesse il protagonista davanti ad un ampio spettro di emozioni e a contatto con molte tipologie di persone diverse tanto da intrattenere dialoghi quasi filosofici, proprio come piacciono a me, e degni di un personaggio come quello di Cheyenne. 


Dialoghi e argomenti spaziali, fotografia splendida, colonna sonora perfetta, un mix di personaggi che fanno al caso suo, This must be the place mi ha ricordato tanto i miei amati lavori di Wes Anderson e qualcosa anche del vecchio Tim Burton, registi che, come saprete, amo molto. E in mezzo si trova qualcosa anche del dolce Forrest Gump, con la sua consapevolezza di essere diverso, Cheyenne capisce di essere rimasto un bambino, ed esce dalla sua situazione grazie al viaggio che affronta.
Delicato, si prende i suoi tempi e tratta le tematiche azzeccate. Si, diventa un on the road in un modo magari un po' brusco e insensato, in un mondo in cui tutti aprono la porta al primo che passa, con scene dislegate l'una dall'altra ma perfette nell'insieme e mai fuoriluogo. 
Paolo non ha resistito ad inserire il suo amore per la sua città, cosa che a molti occhi può sembrare lagnosa (come un po' anche a me, ne avrei fatto anche a meno di tutto questo egocentrismo e del suo nome sparso in giro), ma tutte le altre scelte io proprio non riesco a bocciargliele. Questo film è immerso in un'atmosfera sublime, ciò che io penso sia arte. Mi ha emozionata sinceramente e profondamente, facendomi accostare molto al suo modo di pensare, stralunato, sulle nuvole ma incredibilmente schietto.
Se fossero tutti così i suoi film, sono sicura che li amerei tutti, ma il mio fiuto mi dice di no, purtroppo. 

sabato 12 settembre 2015

Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza


Pare proprio di si, è passato già un anno da quando era stato presentato a Venezia ed io, come mio solito, mi ritrovo sempre a guardarli con tutto questo ritardo.
Ci si allontana anni luce dai drammi o dalle commedie da multisala, questo è il genere di film perfetto  per Venezia, dove una volta tanto viene a galla qualcosa di unico e, agli occhi di un giovane appassionato, nuovo. 
Non capita tutti i giorni di imbattersi in film tanto particolari quanto questo, ed è uno dei motivi per cui trovo impossibile e poco rispettoso provare a riassumerlo in una trama, perché si finirebbe per banalizzare i suoi concetti, quando in realtà una vera e propria trama non esiste.

Questo è un film sottile, delicato, e al contempo violento come una coltellata nella schiena.
Il piccione del titolo, è lo spettatore, siamo noi; il lungometraggio trasuda simbolismi da ogni dove, catturando l'attenzione dello spettatore in inquadrature fisse che ricreano l'atmosfera e le prospettive dei quadri che in questa storia prendono vita, e noi spettatori siamo indotti a ragionare sugli sbagli che l'uomo ha commesso in passato, che sta commettendo tutt'oggi o semplicemente a quanto basti poco per poter apprezzare la vita.


Ogni scena va per sé ed è collegata alle altre, formando una collana di sentimenti e sensazioni che rimandano ai comportamenti degli esseri umani, alla loro fragilità, alla loro meschinità, e volgarità, ma anche alla bellezza e alla semplicità della vita. Immersi in un'atmosfera triste, con dialoghi lentissimi, quasi assopiti e dimessi, i personaggi simboleggiano un'essere umano fallito, senza speranze né sogni, ma non rassegnato completamente alla vita. La sceneggiatura e la scenografia fanno di questo lungometraggio un capolavoro; spazi sterili e spenti che abbracciano la comicità ironica e depressa di personaggi senza vita.
Ironico e politico, che riprende alcune delle tematiche più crude e discusse della storia dell'uomo, per sottolineare appunto come l'uomo sia contraddittorio e ipocrita.
Mai mi sarei aspettata questa profondità da un film che viene descritto come commedia e che in realtà di comico ha poco niente, se non alcuni tratti di ironia che tu stesso devi cogliere tra le righe.
Con una semplicità disarmante, Andersson è riuscito a trasmettere un tripudio di emozioni con l'aiuto della sua sola fantasia.
Fa riflettere su quale direzione l'uomo sta imboccando, quanto sia giusta o sbagliata, e quanto ognuno di noi sia in realtà trasportato dalla marea ed impotente in tutto questo.
Non un film semplice o diretto, in certi momenti (appositamente) lento. Fa tutto parte dei piani, insomma, sentirsi frastornati.


mercoledì 9 settembre 2015

True Detective - Seconda stagione


Vinci, in California, non è una città piena di stinchi di santo.
Uno dei nomi più popolari della città, Ben Caspere, scompare poco prima dell'inaugurazione di una linea ferroviaria ad alta velocità, ed il suo socio, Frank Semyon, Contemporaneamente il detective Raymond Velcoro lotta per riprendersi la tutela del figlio, mentre la detective Antigone Bezzerides trova sua sorella in una casa per cam-girl.
Il fato riunisce i tre detective sul luogo dove fu lasciato il cadavere di Caspere.

In realtà non è colpa nostra, è colpa di chi produce le serie tv. E' inutile aprire dibattiti sulla qualità di questa seconda stagione in confronto alla prima, perché è colpa dei produttori se hanno abituato bene il pubblico. Sta tutto lì; se abitui il pubblico ad un livello molto alto, professionale si potrebbe dire, di serie tv (dato l'elevato numero di serie tv indecenti), è naturale che si aspetti sempre lo stesso livello anche nelle stagioni successive, a maggior ragione se si inizia con una stagione come quella che fu la prima.


Chiariamo subito, mentre ci sono dico anche la mia. Non posso negare di esserci un po' rimasta male vedendo i primi due episodi, non avevo mai visto due episodi tanto insignificanti e confusi in 20 anni. Andando avanti poi mi sono dovuta ricredere per forza di cose; non la si può definire una brutta stagione, ma una cosa è certa, è impossibile fare dei paragoni con quella precedente principalmente per due motivi: il primo è che sono due tipologie di poliziesco completamente diversi, il primo punta tutto (e intendo tutto) sui due personaggi principali dimenticandosi un po' di tutto il resto, mentre la seconda è un classico poliziesco, fatto bene, ma è un classico poliziesco. Il secondo invece è che qui si instaura un po' quel meccanismo "saga", il primo è una novità, e se ti piace automaticamente la ami, il secondo, per quante cose possano cambiare o rimanere tali e quali a prima, non sarà mai al livello del primo. Perciò lo ripeto, come ho dovuto fare anche con me stessa, è impossibile fare paragoni del genere, la si deve prendere come una serie tv a parte, e partire da zero.


E vabbè. Mettiamo di aver appena finito di vedere La grande Novità dell'autunno anziché la sua seconda stagione, mi è piaciuta?
Sei episodi non sono bastati a farmi ricredere del tutto, e per quanto mi riguarda ci voleva qualcosina in più. Come poliziesco ha tutte le carte in regola, ma ci sono state troppe imprecisioni per reputarla anche solo lontanamente all'altezza di un noir come Fargo. Fin dall'inizio cerca di buttare fumo negli occhi, per confondere lo spettatore e farti credere che ci sia più carne al fuoco di quella che c'è realmente, e su questo sono fermamente convinta, ma cosa ancora più agghiacciante è la quantità abnorme di personaggi che dobbiamo tenerci tutti a mente, ognuno con mille problematiche personali che cercano di risolvere contemporaneamente al caso, insomma un pappone senza senso, troppe storielle per coordinarle tutte e dare a tutti un giusto peso, facendo sembrare il tutto ancora meno lineare. Solo tre, se vogliamo, i personaggi davvero degni di nota (Velcoro, Bezzerides e Semyon), che comunque sia devono tutto a tre grandi interpreti, tutta la stagione deve tutto a questi tre grandi interpreti, senza i quali questi 8 lunghissimi episodi sarebbero sembrati peggio di una telenovela spagnola. L'intrigo c'è, senz'altro, il ritmo viaggia sostenuto per (più o meno) tutti gli episodi.
Sicuramente non se ne vedono tutti i giorni di serie poliziesche di questa portata, ma dato che i papà si divertono ad alzare il livello, anche noi andiamo sempre più vicini a pretendere la perfezione, e bene o male la prima stagione si avvicinava molto.


lunedì 7 settembre 2015

Southpaw - L'ultima sfida


Siamo a New York, e Billy "The Great" Hope è il campione imbattuto di pesi medio-massimi. E' cresciuto in un orfanotrofio esattamente come sua moglie, conosciuta nello stesso istutito e con la quale ha una figlia. La sua carriera da pugile è all'apice, ostacolata solamente dal suo carattere scontroso, violento ed impulsivo. Una disgrazia, però, gli sconvolge la vita, e da quel momento Billy dovrà riprendere in mano la sua vita e trovare il coraggio di andare avanti.


Qual'è la differenza tra un'americanata come tante ed un film che vale la pena vedere? O la differenza tra un film sulla boxe scialbo ed un film sulla boxe che vale la pena vedere?
La risposta è Jake Gyllenhaal. Proprio così, questo ragazzo riesce sempre a stupirmi e fino ad ora non mi ha ancora delusa, nemmeno una volta.
Southpaw è un film mediocre, diciamocelo; la trama è tutto meno che una novità, con svolgimenti scontati ed un finale ancora peggiore. 
Gyllenhaal è la vera chiave. Gyllenhaal, insieme a Rachel McAdams e Forest Whitaker, hanno fatto di questa mediocre storia di boxe e nulla più un film per il quale (forse) vale la pena pagare un biglietto del cinema. Le loro performance sono state il fiore all'occhiello e l'unico motivo per cui addirittura vedere questo film. Gyllenhaal, in particolare, con questo film ha saputo confermare di riuscire a rappresentare personaggi sempre diversi e con una maestria unica, infatti nessuno rimanda mai ad uno interpretato precedentemente, qualità molto apprezzata e non scontata. La sua capacità mi ha sbalordinto, la violenza ed il profilo psicologico con il quale ha dato vita al personaggio è del tutto singolare.


Benchè la trama sia delle più semplici, un lato positivo ce l'ha e non si può non notare; a differenza di tutti gli altri banali o più famosi film sulla boxe, in cui ci si sofferma per la maggior parte sulla vendetta messa in atto dal protagonista e da un'ascesa alla follia, questa volta a fare da padrone è il profilo psicologico e la crescita interiore del protagonista, qulla quale si svolge tutto il film e che vede solo come partenza una perdita di coscienza e all'orizzonte, come obiettivo, la ripresa del controllo, e non la perdizione. 
Perciò ci si cala in prima persona nel suo ruolo, così coinvolgente solo per merito di Jake.
Sempre apprezzata anche Rachel, anche se non una delle sue performance migliori.
Per tutto il resto, non ci siamo proprio. Si è puntato tutto sul sentimento, sugli affetti personali e familiari, sulla lotta interiore. 
Avvincente? Non l'ho capito nemmeno io. Non si tratta di vincere una battaglia sul ring, è questo il punto, i guantoni sono solo un pretesto.
Perciò, un "urrà" per Jake, che bene o male non sbaglia un colpo. Diciamo che Fuqua avrebbe potuto fare di meglio, invece.

giovedì 3 settembre 2015

Ex Machina


Se c'è una cosa che mi ha sempre dato fastidio sono proprio i film che trattano di robot e tecnologia varia che si ribella all'uomo. Un ultimissimo esempio è stato il penultimo film della Marvel, Avengers: Age of Ultron, dove appunto Ultron non è altro che una sorta di sistema operativo/intelligenza artificiale al pari di Jarvis, inizialmente. 
Pure due film come Io Robot e i due Robocop non mi sono piaciuti un granchè, forse perchè troppo banali e commerciali anche se con un fondo di inquietante verità. Più probabilmente sono i robot in generale a non piacermi molto.
E comunque sia, dopo averne sentito parlare benissimo da molti, ho messo da parte i pregiudizi e mi sono lanciata, senza tra l'altro conoscere veramente la trama, cosa che mi inquieta sempre un pochino.

Tra tutti gli impiegati del grande motore di ricerca per cui lavora, Caleb è stato scelto per il prestigioso viaggio di una settimana nella residenza del famigerato fondatore della società ed inventore dell'algoritmo di ricerca. Poco dopo il suo arrivo, Caleb capisce di essere stato scelto da Nathan per un importante esperimento; Nathan infatti è da anni al lavoro nella creazione di un'intelligenza artificiale e Caleb è lì per testarla. Non ci mette molto però a capire che qualcosa nel piano di Nathan non va.


Proprio il fatto di non conoscere la trama di un film che stai per vedere, non è sempre una buona cosa; spesso la si legge per vedere se il film è alla tua portata e se potrebbe interessarti, altre volte è solo un modo per essere coscenti di ciò a cui si va in contro. Altre volte ancora, come è successo a me e succede spesso, ci sono film che devi vedere punto e basta e perciò per cause di tempo o pigrizia la trama finisci per non leggerla. In questo caso spesso la cosa si svolge in due modi: o il film si rivela patetico e banale, oppure è talmente intrigante e ben realizzato da non riuscire, dopo le prime scene, a poter immaginare il suo svolgimento. Se un film è quindi inaspettato, ha già vinto, che ti piaccia o no.
Con Ex Machina a me è successo questo, non avendo idea della trama mi sono fatta trasportare letteralmente dalle emozioni che il film scena dopo scena sa trasmettere magistralmente attraverso una trama del tutto inaspettata e diversa da qualsiasi altro film abbia mai visto.
Non è quindi uno di quei banali film sui robot e la loro prima creazione, ma si sviluppa completamente sulla psicologia dei personaggi, contorti e meravigliosi. Non lascia tempo alla fantasia, hai appena l'occasione per ascoltare i dialoghi, parte fondamentale del film, e provare a farti un'idea di ciò che verrà dopo, ma non è così facile come sembra, perchè il film stesso è in grado di farti giungere a diverse conclusioni, tutte sbagliate, ovviamente.


Si, se ve lo state chiedendo la risposta è si, non si può che promuoverlo questo film perchè assieme ad una storia classica ma completamente innovativa, una scenografia essenziale, pulita ed impeccabile, la sequenza degli svolgimenti che toglie il fiato si aggiungono anche un'ironia deliziosa e due interpretazioni fuori dal comune.
Infatti Domhnall Gleeson lo avevo già addocchiato in Questione di tempo, che oltre ad essere uno splendido film aveva la fortuna di avere lui come attore pritagonista, ed anche in questo caso ha tirato fuori il meglio di sè, ma l'arma segreta del film è Alicia Vikander, nei panni di Ava, non penso di aver mai visto un robot interpretato meglio di così, sembra nata per questo ruolo e ha tutte le carte in regola per fare strada. 
Strabiliata, dunque, da questo splendido prodotto che ho tanta voglia di rivedere. Delicata e potente adrenalina per tutto il film, solo grazie ai dialoghi dei pochi personaggi, tensione tangente degna di un thriller da maestro.
Grazie Alex Garland, chiunque tu sia. 

martedì 1 settembre 2015

Babadook


Pur essendo una femminuccia, difficilmente mi spavento per davvero guardando film dell'orrore, più che altro mi divertono, come alla maggior parte degli adoratori del genere.
Se c'è una tipologia di horror che davvero mi colpisce è quello psicologico, delicato e non gratuito.
Finalmente, dopo mesi di peripezie, riesco anche io a vedere il famigerato Babadook. Parlo di mesi perchè, sebbene in italia è uscito solo da 15 giorni, Babadook è in realtà un film del 2014, per tutto il resto del mondo.

Amelia è madre di Samuel, vedova da 6 anni, ovvero dalla nascita del figlio. La loro vita è tutto meno che semplice; Samuel è un bambino problematico, non dorme la notte tenendo sveglia la madre, è violento e spaventa gli altri bambini con storie di mostri. 
Amelia ne risente molto di questa situazione e, come se non bastasse, una sera trova un libro per bambini che non ricordava di avere, solo che, dopo una breve lettura, capisce che non è affatto adatto ai bambini, e più cerca di liberarsene, più il mostro di cui si parla entra in contatto con loro.


Dimenticatevi di quegli horror banali durante i quali ridete tanto è basso il livello registico e attoriale, dimenticatevi di quei finali scontati, di quegli svolgimenti lenti o dei soliti demoni.
Qui siamo su un piano completamente diverso, che si discosta moltissimo dagli horror di ultima generazione, partendo dal fatto che la vicenda tratta in prima in primo luogo della situazione psichica della donna, entrando nel suo universo femminile ed il suo rapporto con il figlio, in secondo luogo si parla poi di questo mostro, una sorta di uomo nero delle favole dei bambini ma più cattivo di come ce lo possiamo ricordare noi. A differenza di quasi tutti gli altri horror, in questo la creatura viene mostrata il minimo indispensabile e per lo più rimane nell'ombra di spettacolari ed impeccabili scenografie.
La figura del Babadook è se vogliamo addirittura quasi superflua, in quanto il senso di terrore e tensione viene trasmesso dalla regista australiana con maestria già solo presentando la situazione familiare. 


Ben diverso, come dicevo, dagli ultimi filmetti che abbiamo dovuto sopportare, mentre è più vicino a capolavori vecchiotti come Rosemary's Baby, Il gabinetto del Dottor Caligari e Profondo Rosso, con riferimenti a Shining, oppure simile al più recente Insidious (il primo, ovviamente).
In risalto sono soprattutto le interpretazioni dei due protagonisti, da sottolineare perchè si sono rivelate estremamente curate al contrario della normalità nei film horror, nei quali generalmente i protagonisti sono solo dei mezzi senza alcun valore. Qui invece la loro performance ha giocato per il 70% sull'inquietudine che trasmette il film, soprattutto la madre, interpretata da Essie Davis, praticamente impeccabile e che un po' mi ha ricordato il personaggio interpretato da Julianne Moore in Carrie - Lo sguardo di Satana.
È proprio il caso di dire: ALLELUJIA!! Un film horror impeccabile con tanto di finale controverso ed inaspettato.

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